Cultura

Tra le mete estive: un posto chiamato “felicità”

di Laura Iannuzzi

Cos’è la felicità? Cosa saremmo disposti a fare per raggiungerla? Ed in vero è possibile farla propria? Attraverso un percorso tra ironia e consapevolezza, con una disquisizione serrata che ha il sapore di un’arringa e si muove tra esempi e testimonianze della cronaca e storia passata e presente, il noto drammaturgo e scrittore Stefano Massini, pluripremiato a livello internazionale e tradotto nel mondo in svariate lingue, porta in scena nelle più belle location all’aperto d’Italia un monologo travolgente dal titolo “La ricerca della felicità”.

L’uomo tende per sua natura ad un fine eudemonistico ma questa tensione, dimostra Massini, ha sempre un prezzo: la fatica e l’amarezza del constatare a proprie spese che la felicità non si dà quale condizione definitiva, ma la si può tutt’al più assaporare in rari attimi in cui è possibile appagare effimeri desideri che, in quanto tali, hanno la durata d’un soffio. Ma cosa accade dopo? Insorge nell’uomo il mordente impulso a ricercare piaceri via via sempre diversi e una tediosa insoddisfazione che morde l’anima e che i più definiscono “infelicità”. Il legittimo eudemonismo si perverte e diventa edonismo.

Come non pensare poi a certi appunti del poeta Leopardi ne Lo Zibaldone o ai drammatici dialoghi de Le Operette morali? Quale che sia il periodo della storia, l’uomo da sempre arriva ad un estenuante quanto folle epilogo: la blasonata felicità non è che il muoversi tra le insidiose curve di una spirale lunga una vita, in cui l’insoddisfazione la fa da padrone ed il paradosso è proprio questo partire per la felicità per poi approdare al suo opposto, l’infelicità. E come si può essere felici se si è dipendenti? La felicità è nemica della libertà interiore.

Lo scrittore – che il pubblico italiano ha conosciuto soprattutto attraverso la televisione coi suoi interventi nelle trasmissioni Piazza Pulita, Riserva Indiana e a Sanremo sul palco dell’Ariston – nella sua performance evoca altresì la versione più drammatica del filosofo Shopenauer quando affermava: “Felicità, tu mi hai rovinato la vita”.

Che dire poi della patinata versione della “felicità” in formato social? Una vera e propria malattia esantematica dell’era attuale il cui rash è uno scatto fotografico che si dà in pasto al mondo offrendo un’idea inflazionata di “dolcevita”. Non importa quanto in tutto questo ci sia di vero, importa che il potente trust dell’essere ne esca patinato e popolare. Siamo diventati i follower della felicità. Non potendo afferrarla, possiamo metterla in scena.

Insomma, com’è dura essere felici! E poi perché mai ci sembra d’intravedere la felicità nel passato e mai nel presente? Cioè: perché ci sembra sempre di stare meglio quando si stava peggio? Forse perché quando guardiamo al passato ci prendiamo tempo per osservare, per scrutare indizi anche minuscoli delle gioie che furono attribuendo loro finalmente valore, invece nel presente siamo sempre così presi dalla smania di star bene che ci sfuggono dettagli profondi. Insomma, come sarebbe liberatorio poter scegliere, poter affermare: “ io mi avvalgo della facoltà d’essere infelice!”.