di Pippo Gallelli
Ci sono eventi che il tempo non riesce a scolorire. Non perché li si è visti in prima fila, ma perché li si è vissuti, nel profondo, anche da lontano. Il Live Aid del 13 luglio 1985 è uno di quelli. Una maratona musicale planetaria, pensata da Bob Geldof e Midge Ure per raccogliere fondi contro la carestia in Etiopia, che in realtà divenne molto di più: fu un’epifania collettiva, un sogno globale in cui la musica sembrò davvero poter cambiare il mondo.
Adolescente e appassionato di musica, aspettavo quel giorno da settimane. Nella mansarda di casa mia, in un pomeriggio d’estate arroventato e fermo, avevo sistemato tutto come si deve: la radio sintonizzata, il registratore a cassette pronto a entrare in azione, e una scorta di TDK nuove, comprate apposta. Il mio folle piano era registrare tutto. Ogni brano, ogni passaggio, per poterlo riascoltare, rivivere, portare con me.
Ma, come ogni grande impresa, non tutto andò liscio. I commentatori parlavano spesso sopra le canzoni, e ogni loro parola fuori posto era per me una coltellata. Era giusto così, ma non lo capivo: in quel momento non volevo spiegazioni né cronache, volevo solo la musica. Perché non si trattava solo di canzoni. Si trattava di momenti unici, performance irripetibili.
I Queen, in particolare, fecero qualcosa che è ancora oggi considerato uno dei più grandi live di sempre. Freddie Mercury, con quella voce e quella presenza scenica, sembrava voler abbracciare il mondo intero. Ma non furono gli unici: gli U2, David Bowie, gli Who, Phil Collins che suonò in entrambe le sedi – Londra e Philadelphia – in una sola giornata, volando da una parte all’altra dell’Atlantico. Tutti uniti da un senso di partecipazione autentica.
Un elenco sterminato, praticamente tutta la storia della musica. Tra gli artisti: Status Quo, The Style Council, The Boomtown Rats, Elvis Costello, Spandau Ballet, Bryan Adams, Nick Kershaw, Sade, The Who, Dire Straits, U2, Queen, Joan Baez, Bryan Ferry, The Cars, INXS, Black Sabbath, Cliff Richard, Eurythmics, Sting, Elton John, Paul McCartney, David Bowie.
Al John F. Kennedy Stadium di Filadelfia si esibirono, tra gli altri: Joan Baez, The Hooters, Black Sabbath, Madonna, Beach Boys, Run-DMC, Mick Jagger, Tina Turner, Bob Dylan, Eric Clapton, Phil Collins, Led Zeppelin, Crosby, Stills and Nash, Santana, Judas Priest, Hall and Oates.
Era un altro tempo, sì. Senza streaming, senza replay, senza social. Chi c’era, c’era. E chi non c’era, oggi può solo immaginare cosa significasse stare lì, anche solo davanti a una radio, a sentire il mondo che suonava all’unisono. Sembra retorica, forse lo è, ma è anche verità: chi non l’ha vissuto non può capire. Solo Woodstock, per motivi diversi, può reggere il confronto. Ma Live Aid fu qualcosa di più strutturato, di più globale, di più simbolico.
Sì, è una frase da “vecchi”, ma stavolta ci sta: chi non c’era non può capire. Perché in quelle ore, anche da casa, anche solo per radio, ci si sentiva parte di qualcosa di irripetibile. Solo Woodstock, per altre ragioni e in un altro tempo, può reggere il paragone. Ma Live Aid fu un’altra cosa: fu la musica che diventava impegno, fu la giovinezza che si riconosceva in un mondo che poteva cambiare.
Riguardando oggi le registrazioni, i video restaurati, le playlist commemorative, resta una fitta di nostalgia. Per quei giorni, per quella giovinezza, per quell’ingenuità piena di speranza. Per quel tempo in cui si credeva davvero che bastassero la musica e un po’ di coraggio per cambiare il destino del mondo.
E forse, per un momento, è stato davvero così.
