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Netanyahu candida Trump al Nobel per la Pace durante una cena alla Casa Bianca: sul tavolo Gaza, Iran e la nuova geopolitica mediorientale

Washington – In un clima diplomatico tanto teso quanto carico di aspettative, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sorpreso il mondo annunciando la candidatura ufficiale del presidente statunitense Donald Trump al Premio Nobel per la Pace. La proposta è stata formalizzata durante una cena riservata alla Casa Bianca, nel pieno dei negoziati per una tregua a Gaza e con un occhio rivolto all’Iran e agli Accordi di Abramo.

“Sta forgiando la pace, in un Paese e in una regione dopo l’altra”, ha dichiarato Netanyahu, consegnando a Trump una lettera indirizzata al Comitato del Nobel. La scena è stata immortalata da un video diffuso dalla Casa Bianca, che mostra il premier israeliano elogiare il presidente americano come “artefice della stabilità”.

Che un leader destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, candidi Donald Trump al Nobel per la Pace appare come un paradosso grottesco della politica globale contemporanea che, ormai, non smette più di stupirci.

Colloqui di tregua a Doha: ottimismo, ma nessuna svolta

La cena tra i due leader – il terzo incontro dal ritorno di Trump alla presidenza – si è svolta lontano dai riflettori e senza conferenze stampa, segno della delicatezza del momento. Al centro del colloquio la fragile trattativa per una tregua a Gaza, con l’amministrazione Trump che si è detta “ottimista” riguardo a una possibile intesa entro la settimana. Il presidente ha affermato che Hamas “vuole incontrarsi” e sarebbe disponibile a un cessate il fuoco.

Parallelamente, gli Stati Uniti hanno inviato a Doha l’inviato speciale Steve Witkoff per sostenere i negoziati con la mediazione di Qatar, Egitto e Usa. Al vaglio un’intesa su una tregua di 60 giorni, scambi di ostaggi e detenuti e la gestione del futuro della Striscia.

Gaza e il rebus del dopo-guerra

Il nodo centrale resta quello del “dopo”. Netanyahu ha ribadito il suo no alla creazione di uno Stato palestinese sovrano e ha promesso che Israele manterrà “sempre” il controllo della sicurezza su Gaza. Allo stesso tempo, ha riaperto la discussione sul ricollocamento dei palestinesi sfollati, dichiarando che Israele e Stati Uniti stanno cercando paesi terzi pronti ad accoglierli. “Se vogliono restare, possono farlo. Ma se vogliono andarsene, dovrebbero poterlo fare”, ha detto Netanyahu, riaccendendo polemiche e allarmi umanitari.

L’ombra dell’Iran e il pressing su Damasco

Sul fronte iraniano, le posizioni tra Trump e Netanyahu restano distanti. Mentre il presidente Usa punta alla ripresa del dialogo con Teheran, Israele resta fortemente scettico. L’alleato americano, però, ha già fatto un gesto concreto: ha autorizzato raid su impianti nucleari iraniani durante la recente “guerra dei 12 giorni”.

Trump intende anche rilanciare gli Accordi di Abramo, spingendo per includervi la Siria. L’amministrazione americana ha rimosso sanzioni e la designazione terroristica al nuovo governo di Damasco, muovendosi in controtendenza rispetto alla cautela israeliana. Sullo sfondo, un Libano post-Hezbollah potrebbe diventare l’anello debole (o forte) di una nuova architettura regionale.

Cinque soldati israeliani uccisi a Beit Hanun

Mentre alla Casa Bianca si cercava la pace, sul terreno la guerra continuava. Nella notte, un ordigno ha ucciso cinque soldati israeliani e ne ha feriti altri 14 nel nord della Striscia di Gaza. Secondo fonti delle IDF, l’esplosione è avvenuta a Beit Hanun durante un’operazione a piedi. Due dei militari uccisi – entrambi ventenni – appartenevano al battaglione Netzah Yehuda. L’esercito ha riferito che, durante il soccorso ai feriti, le truppe sono finite sotto il fuoco nemico.

Hamas, nel frattempo, ha ammesso tramite un suo comandante intervistato dalla BBC di aver perso “l’80% del controllo” su Gaza e che i clan armati locali stanno riempiendo il vuoto. “La maggior parte dei leader, circa il 95%, è ormai morta”, ha dichiarato.

Il difficile equilibrio di Netanyahu

Netanyahu si muove su un crinale pericoloso: da un lato il sostegno di Trump e l’opportunità di una storica ridefinizione della mappa mediorientale; dall’altro, le pressioni dei partiti di estrema destra della sua coalizione, che chiedono la prosecuzione della guerra fino all’eliminazione totale di Hamas.

Se il premier israeliano riuscirà a reggere la tensione e a sfruttare il credito guadagnato da Trump, la tregua potrebbe diventare realtà. Ma la pace, quella vera, resta ancora lontana e una surreale candidatura al Nobel serve più a mascherarne l’assenza che a premiarne la costruzione.

Fonte foto: picryl.com