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Tutta l’attualità de Le “Supplici” di Euripide nell’allestimento di Sinigaglia

di Anna Materno

Come è possibile che si possa rappresentare un testo di 2400 anni fa e che abbia ancora da dirci qualcosa? Questa impresa titanica è riuscita a Serena Sinigaglia che si lancia, con ottimi collaboratori, in una sfida non da poco: mettere in scena Le Supplici di Euripide, testo poco noto e poco rappresentato perché difficilmente rappresentabile. Questo allestimento dimostra che invece è possibile tenere inchiodati gli spettatori per un’ora e mezza con riflessioni alte e attualissime senza peraltro tradirne il testo. Tutte e sette le attrici, che di volta in volta interpretano oltre alle sette madri i diversi personaggi della tragedia, si muovono e si avvicendano in perfetta sintonia, creando empatia con gli spettatori quando sono madri e costringendo il pubblico a prendere posizione rispetto alle riflessioni proposte quando vestono i panni dei protagonisti.

Al centro della scena un cubo attorno a cui coro e personaggi girano per tutto lo spettacolo, le sette donne argive che chiedono i corpi dei loro figli hanno tutte lunghi vestiti neri intrisi di terra, la stessa terra su cui sta per essere versata l’acqua del rito a Demetra che all’inizio viene interrotto; la stessa terra che è sterile e che non riesce più a contenere tutti i morti che dovrebbero essere seppelliti. Nel cubo si distinguono pezzi di arti che fuoriescono. Metaforicamente invece, al centro ci sono i conflitti e lo scarto tra quello che l’uomo desidera e quello che riesce a realizzare in cerca di giustizia.

Democrazia e Tirannide sono in contraddittorio attraverso la figura di Teseo che rappresenta Atene e dell’araldo giunto da una Tebe comandata dal tiranno Creonte. Oppure la rivendicazione di queste madri sofferenti che si richiamano alle leggi non scritte per seppellire i corpi dei loro figli ma che, per arrivare a questo, fanno scatenare un’altra guerra che provocherà ulteriori morti e dolore. L’unica risposta è quella di Adrasto: bisogna accettare di perdere.

Foto di copertina: ph. Serena Serrani