Cultura

Restare accanto: storie di cura e amore, un docufilm per dare voce ai caregiver

Ci sono persone che ogni giorno si prendono cura di qualcuno e quasi sempre lo fanno lontano dagli occhi degli altri. La cura accade nelle case, nelle cucine, nelle stanze da letto, durante la notte, dentro una routine fatta di gesti ripetuti e spesso invisibili. È un lavoro d’amore, ma anche fatica, solitudine, paura, rinunce ma è anche è una parte fondamentale del nostro welfare che troppo spesso rimane senza voce.

“Ti resto accanto – Storie di cura e amore” nasce proprio da questa necessità: restituire quella voce a chi vive la cura ogni giorno, ma lo fa attraverso una scelta radicale. Non saranno registi, troupe e telecamere professionali a entrare nelle case dei caregiver. Saranno loro stessi, attraverso il proprio smartphone, a decidere cosa filmare, cosa mostrare, quale frammento della propria quotidianità consegnare allo sguardo degli altri.

Il risultato sarà un docufilm collettivo, aperto, costruito a partire da immagini imperfette e autentiche: un respiro nella notte, un gesto ripetuto mille volte, una stanchezza che attraversa un volto, una mano che continua a esserci. Tessere diverse di un unico racconto, nel quale chi è stato per troppo tempo oggetto di narrazione diventa finalmente autore della propria storia.

Abbiamo incontrato Giulio Guerrieri, promotore del progetto, per parlare di cura, invisibilità, dignità e di quella scelta semplice e difficilissima contenuta nel titolo: restare accanto.

“Ti resto accanto” nasce da un’idea molto semplice e insieme potentissima: lasciare che siano i caregiver a raccontarsi, senza una regia che dica loro cosa mostrare. Da dove nasce l’esigenza di togliere la macchina da presa dalle mani dei professionisti e metterla direttamente nelle loro?
Possiamo dire che è un modo differente di rappresentare la realtà, con il mezzo cinematografico, non togliamo la macchina da presa ai professionisti, perche tra i caregiver e loro familiari si possono tranquillamente e sicuramente celare dei professionisti. Il mondo dello spettacolo , dell’arte come in tante professioni è pieno di professionisti che stanno vivendo o hanno vissuto  delle  esperienza di cura verso i propri familiari  Dare libera scelta diretta ai singoli caregiver di riprendere anche con il loro smarphone dei momenti di vita, nasce solo dal desiderio di avere e vedere rappresentati e veri dei momenti della loro vita quotidiana

Nel progetto i caregiver vengono definiti “registi della propria vita”. È una definizione importante, perché cambia il loro ruolo: da persone raccontate a persone che scelgono come raccontarsi. Quanto c’è, in questa scelta, anche la volontà di restituire loro uno spazio di autodeterminazione?
Questa scelta di definirli registi della propria vita è una scelta  reale quasi automatica e naturale, perchè loro effettivamente lo sono per tanti aspetti i registi della loro vita, parlando di loro e della loro quotidianità ci sembra più diretto che siano loro a raccontarsi con le immagini e le parole nel modo più rappresentativo.

Un’inquadratura imperfetta, un’immagine mossa, un rumore di fondo possono diventare più importanti di una ripresa tecnicamente perfetta. Attraverso un’estetica della verità che cosa può raccontare un’immagine imperfetta che una ripresa professionale rischierebbe di nascondere?
Il concetto che la perfezione assoluta non esiste, in questo caso nella  fotografia o nella definizione o qualità della ripresa,  la perfezione che viene ricercata nel nostro racconto è solamente ed esclusivamente nella verità della realtà individuale. La prima immagine del treno dei fratelli Lumiere non era certo perfetta pensando all’ alta definizione di oggi, ma il pubblico in sala è saltato dalla sedia dalla paura all arrivo della locomotiva…

La cura è fatta anche di gesti piccolissimi: una colazione preparata, una notte interrotta, un farmaco, una mano, una porta che si apre, un silenzio. Perché secondo te proprio questi frammenti quotidiani possono diventare materia cinematografica?
Riteniamo che la cura e l’amore dei gesti quotidiani nella vita di ognuno,  in qualsiasi caso,  sia fatta di una collezioni  di attimi  e di secondi da incorniciare. La somma di questi attimi e secondi  scandiscono il vero  tempo  e ritmo della  vita e del quotidiano, anche in questi casi di cura e amore.

Il progetto nasce da tante storie individuali, ma il risultato sarà un unico docufilm. Come si trasforma una moltitudine di voci private in una narrazione collettiva senza cancellarne le differenze?
Le differenze non saranno cancellate, dove servirà saranno evidenziate, sarà proprio il singolo apporto di tante storie che porterà il flusso di una grande storia comune condivisibile e da  condividere con altri che non la vivono direttamente.

Nel progetto ricorre una parola molto forte: “invisibile”. Che cosa significa per una società non vedere milioni di persone che ogni giorno sostengono una parte fondamentale del suo welfare?
Ovviamente  il concetto di  invisibilità di questo ruolo  ha molteplici significati. Il nostro in particolare si riferisce al fatto di un ‘invisibilità apparente. Per invisibile ovviamente si intende qualcosa che apparentemente non si vede perché si svolge tra le mura domestiche, ma apparentemente sappiamo bene che esiste. Forse non vedendola direttamente ci fa credere o  ci dà la scusa di non riflettere. Ma tutti volendo la possiamo vedere, perché anche quello che si crede invisibile alle volte lo si può incontrare in ogni luogo. Peccato che in quella occasione in cui potremmo approfondire non lo facciamo, facendo finta di non vedere e non sentire, ed è proprio lì che il visibile diventa invisibile, alla cosidetta luce del sole
E’ questo che va cambiato il concetto di far finta di non vedere  quello che invece è visibile. Si dovrebbero un po’ cambiare le regole del gioco del nascondino

Il vostro obiettivo è anche quello di portare il film nelle scuole, nelle sale, nei luoghi di aggregazione. Che cosa vorresti che capisse, invece, chi non ha mai vissuto direttamente l’esperienza della cura? 
Solamente una cosa, rafforzare il concetto che nei cicli della vita le posizioni e i ruoli sono intercambiabili  si riceve e si dà  attenzione a se stesso e all’altro senza limiti.

Forse il cinema può fare una cosa che le statistiche non riescono a fare: trasformare un numero in un volto, una categoria in una persona. Cosa chiedete alle istituzioni?
Forse la parola più adeguata è la restituzione di una dignità per entrambi  i ruoli, perche un domani chi ha dato cura e attenzione potrà trovarsi  nella  situazione di doverne ricevere  in un modo sempre più specializzato e differenziato, con tutti i riconoscimenti adeguati per tutti, in modo che nessuno debba rinunciare a nulla. Dare cura e attenzione dovrebbe aggiungere a chi dà e  riceve e mai togliere,  sempre aggiungere nell interesse di tutti.

Dopo aver incontrato tutte queste storie, che cosa significa per te oggi “restare accanto”?
Per il momento siamo nella fase di raccolta di contributi video, non siamo ancora entrati nella fase di visione , quindi il nostro desiderio e di incontrarne e visionarne il piu possibile, per questo chiediamo il coinvolgimento di tutti nel diffondere il più possibile il nostro progetto, al quale per ora restiamo accanto per vederlo diffondersi il più possibile.
GRAZIE

Come  partecipare: 

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