Cultura

Rilke e Klossowska quando l’amore accade e resta eterno

Alcuni incontri  entrano nella nostra vita non per riempire un vuoto ma per aprire una porta. È proprio questo l’amore più potente, quello che non si limita a farci sentire amati ma ci costringe, dolcemente e qualche volta dolorosamente, a diventare più noi stessə.

Ed è anche quello che accade, leggendo le lettere tra Rainer Maria Rilke e Baladine Klossowska raccolte in Senza cedere alla tentazione. Lettere 1922-1926, pubblicato da Magog e curato da Marilena Garis. 
Un libro che non racconta soltanto una relazione ma conserva la traccia di due esistenze che, incontrandosi, hanno finito per modificarsi reciprocamente. 

Rilke e Baladine si incontrano per la prima volta a Ginevra nel 1919. Lui ha quarantatré anni, lei trentaquattro. Lei è pittrice, madre di Pierre Klossowski e del futuro pittore Balthus; lui è già Rilke, il poeta che ha fatto della propria interiorità una materia da attraversare, scavare, ascoltare, lui era già il poeta inquieto che cercava nella solitudine una forma possibile per abitare il mondo. Dentro quell’incontro, che la letteratura avrebbe poi trasformato in mito, c’è qualcosa di molto più umano: due persone che si riconoscono. Non è tanto riconoscere nell’altro quello che ci manca ma dare alla luce quello che ancora non sapevamo di essere.

Baladine entra nella vita di Rilke in un momento particolare della sua esistenza creativa. Il poeta attraversa da anni una crisi profonda: le Elegie duinesi, iniziate nel 1912, sembrano essersi fermate e con esse sembra essersi fermata anche una parte della sua voce. Le lettere raccontano allora non soltanto l’amore ma una lunga stagione di ricerca, di ascolto, di attesa. 

E poi qualcosa accade.

Nel febbraio del 1922, a Muzot, Rilke ritrova la propria voce. In poche settimane porta a compimento le Elegie duinesi e scrive i Sonetti a Orfeo. Alla donna che ama, la sua Merline, annuncia la propria salvezza, quasi che la poesia, finalmente tornata, fosse una porta che si spalanca dopo anni di buio. 
Non credo sia necessario chiedersi quanto Baladine sia stata la causa di quella rinascita.
Baladine era diventata una delle persone davanti alle quali Rilke poteva essere interamente se stesso. E raramente è proprio questo che fa l’amore: ci vede. Ci vede mentre siamo ancora incompiutə, mentre dubitiamo di noi, mentre attraversiamo la nostra parte più difficile. E quello sguardo può diventare una specie di coraggio preso in prestito.

È bellissimo pensare che una persona possa guardarci e, senza costruirci addosso un’immagine, aiutarci a riconoscere quella che già esisteva dentro di noi ma che tenevamo con cura feroce ben nascosta. 

Rilke scriveva a Baladine della propria opera, delle proprie inquietudini, della propria ricerca. Lei non era soltanto la destinataria di quelle lettere: diventava interlocutrice di un processo creativo, compagna di un’esplorazione che riguardava insieme la poesia e la vita, e nello stesso tempo Rilke guardava alla sua crescita artistica e alla sua vita, incoraggiandola a trovare una direzione sempre più propria. 

Questo personalmente mi commuove più dell’idea dell’amore romantico. Perché amare qualcunə potrebbe aiutarlə a trovare il proprio centro. È dire: diventa ciò che puoi essere e lasciami essere felice di vederti diventare te stessə.

E anche Baladine, nelle lettere, non appare soltanto come la donna amata dal poeta. Appare come una persona che cresce, che attraversa il dolore, che lavora, che dipinge, che ritrova se stessa. Nel 1925 i due possono finalmente condividere a Parigi un periodo di vita quotidiana, dopo anni in cui il loro legame si era alimentato soprattutto attraverso le lettere.  Le loro lettere attraversano una distanza che non viene cancellata. La carta diventa allora una specie di ponte fragile gettato sopra l’assenza. 
Nei  sette mesi in cui si vedono dal vivo la loro relazione assume una dimensione diversa, più concreta, più terrestre.  È importante ricordarlo perché questa non è una storia fatta soltanto di parole, è fatta anche di corpi, di stanze, di incontri, di lavoro, di arte, di figli, di città, di giornate condivise. 

L’amore vero ci espande. Con Rilke accade anche questo.

Baladine entra nella sua opera, ma Rilke entra a sua volta nella sua vita interiore e artistica. Le loro lettere diventano un luogo nel quale entrambi si raccontano e si trasformano. Le lettere di Rilke e Baladine continuano a parlarci. Perché dentro quelle pagine non c’è soltanto un grande poeta innamorato di una donna. C’è qualcosa di più raro: due esseri umani che provano a non consumare l’amore ma a trasformarlo in una forma di vita.

E allora anche la malattia, che negli ultimi anni entra violentemente nella vita di Rilke, non dovrebbe diventare il centro della loro storia. Non perché non sia importante, ma perché prima della fine c’è stata una cosa molto più grande: la vita vissuta con intensità. Rilke continua a scrivere, Baladine continua a dipingere e a vivere, i due continuano a riconoscersi come interlocutori essenziali. L’ultima lettera di Rilke a Baladine è del 23 dicembre 1926; il poeta morirà sei giorni dopo. 

Ma una storia d’amore non dovrebbe neanche essere vista a partire dal suo finale. Dovremmo misurarla da quanto ci ha fatto vivere mentre accadeva, dalla parte di noi che ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto.
La forza dell’amore non è solo quella di renderci immortali ma renderci più vivi. Dopo certi incontri continuiamo a essere noi, ma non siamo più esattamente quellə di prima.

Rilke e Baladine appartengono a questa specie di incontri in cui una storia d’amore può diventare una possibilità. La possibilità che amare qualcunə significhi anche credere nella sua parte più nascosta, guardarla quando ancora nessuno la vede, difenderla dalla paura e soprattutto avere abbastanza amore da dire all’altrə: diventa. Diventa tutto quello che ancora non sai di poter essere. Io non avrò paura della tua luce, perché la tua luce non spegne la mia,  la accende.

Verrà il tempo in cui dovremo restituire al cielo ciò che il cielo ci aveva affidato ma prima, finché possiamo, scriviamo, diciamolo, restiamo. Perché alcune parole, quando sono state pronunciate dall’amore, non finiscono mai davvero, esattamente come queste lettere tra Rainer e Merline.