di Alessia Potecchi
Le aggregazioni bancarie sono positive se producono valore, occupazione, se hanno un senso dal punto di vista industriale e finanziario e soprattutto devono seguire le leggi del mercato senza perdere quella importante funzione sociale del sistema del credito, queste sono le regole da seguire in materia di risiko bancario. Va in primis tutelata la clientela, i livelli occupazionali perché spesso queste logiche di fusione, a cui seguono processi riorganizzativi di carattere complessivo, producono indiscriminati tagli al personale, esuberi e mancanza di salvaguardia dei territori e delle loro peculiarità. L’opportunità di una fusione tra banche diverse si misura prima di tutto su questi fattori da cui non si può prescindere per assecondare interessi finanziari o distribuzioni di dividendi eccezionali. Le decisioni e l’atteggiamento di questo Governo non sembrano andare in questa direzione.
Le operazioni di aggregazione vanno considerate e valutate nell’ambito di un più generale e complessivo quadro e interesse di carattere nazionale e sono opportune rispetto a quello che producono, agli effetti che ne scaturiscono sempre seguendo i criteri di mercato, non se diventano la pedina principale di un risiko dettato da logiche puramente di parte come è avvenuto in maniera evidente anche in passato con l’utilizzo senza criteri del Golden Power per ostacolare formalmente aggregazioni non gradite. Quello che è avvenuto è stato più volte stigmatizzato anche da parte dell’Europa che ha giudicato erroneo e non corretto l’uso del Godel Power. Tutto questo è rafforzato dal fatto che questo Governo ha approvato la legge capitali con una serie di paletti per scoraggiare la presentazione di liste da parte dei consigli di amministrazione il contrario di quello che fanno gli altri paesi europei. La politica non deve intervenire in maniera aggressiva nel risiko bancario per orientarne i risultati e gli sbocchi non è questo il suo ruolo ma al contrario è importante che lo Stato mantenga oggi la sua quota in MPS che è una banca storica che opera sul territorio e ne preservi l’integrità e l’operatività guardando agli interlocutori a partire dalle famiglie e dalle imprese con cui la banca si è sempre interfacciata nella sua azione.
Sempre in tema di banche si torna a parlare della tassa sugli extraprofitti di nuovo senza competenza e senza criteri ipotizzando un 5% di tassazione chissà poi perché proprio il 5%. Il Governo, infatti, ha già dovuto in precedenza fare marcia indietro sul tema. Vanno fatte alcuni considerazioni importanti : forse il Governo non sa che le banche sono una questione complessa e delicata e questi annunci continui senza capo ne coda fanno scendere i mercati con perdita delle quotazioni dei titoli interessati e allontanano gli investitori. Provvedimenti di questo tipo possono danneggiare soprattutto gli Istituti di credito minori che andranno poi a rivalersi sui contribuenti e, scendendo le quotazioni, a lungo andare scendono anche le entrate da Capital Gain. Infine, gli extra profitti sono già tassati a bilancio e una parte di questi viene distribuita ai soci come dividendo con una cedolare secca del 26% che andrebbe ovviamente persa.
Certamente esistono gli spazi per un contributo una tantum da indirizzare verso provvedimenti di carattere sociale, bisogna poi vedere come vanno impiegate nella realtà queste risorse, bisogna aiutare le famiglie in difficoltà e le imprese che faticano con l’introduzione di un sistema di tassazione sugli utili delle imprese che veda una chiara riduzione fiscale per chi fa investimenti concreti anche in termini di occupazione come è stato fatto in passato. Il nostro paese ha bisogno di crescita e di investimenti perché siamo fermi e le persone fanno ogni giorno i conti con il caro bollette, il caro energia, l’aumento del 25% del costo dei beni di prima di necessità, per cui sono stati presi dei provvedimenti palliativi ed inefficaci e la sanità pubblica che costringe 6 milioni di italiani a non curarsi.
