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Platformicide, ovvero il controllo della narrazione.

di Syllvie Freddi

Platformicide, termine con cui 7amleh -Centro Arabo per il progresso dei social media- descrive la deliberata cancellazione dell’esistenza e della narrazione palestinese nello spazio digitale.

Su oltre 3.500 casi documentati negli ultimi cinque anni da 7amleh, è stata rilevata la sistematica limitazione della presenza e della narrazione palestinese sulle piattaforme di Meta, tra cui Facebook, Instagram e Threads. Post rimossi, account sospesi, dirette interrotte e contenuti resi invisibili rappresentano un fenomeno ricorrente.

A Gaza, dove l’accesso della stampa internazionale è stato fortemente limitato e i giornalisti palestinesi pagano le loro testimonianze con la vita, i social sono diventati uno dei pochi strumenti per raccontare ciò che accade, diffondere informazioni e lanciare allerte.

Ma la censura non riguarda soltanto gli algoritmi. È anche una questione di parole, di contesto e di chi viene autorizzato a parlare. Le ricerche raccolte nei libri The Complicit Lens di Robin Andersen e How to Sell a Genocide di Adam H. Johnson documentano come una parte significativa dei media mainstream statunitensi abbia raccontato Gaza attraverso doppi standard: alcune parole vengono utilizzate per le vittime israeliane e quasi mai per quelle palestinesi; il contesto storico dell’occupazione e della Nakba viene marginalizzato; le voci palestinesi rimangono largamente assenti dai principali spazi informativi.

Il problema, dunque, non è soltanto ciò che viene censurato, ma ciò che diventa impossibile vedere. Quando una piattaforma decide quali immagini possono circolare, quando una redazione stabilisce quali parole sono ammesse, quando un giornale cancella il contesto o esclude sistematicamente una parte delle testimonianze, l’informazione smette di essere un semplice strumento di conoscenza e diventa uno spazio di potere.

Eppure questo sistema mostra anche le proprie crepe. Giornalisti palestinesi, media indipendenti, piattaforme alternative e reti sociali hanno reso possibile una documentazione diretta di Gaza che ha oltrepassato i filtri dell’informazione dominante. Le immagini e le testimonianze diffuse in tempo reale hanno contribuito a modificare l’opinione pubblica, mostrando che il controllo della narrazione non coincide necessariamente con il controllo della realtà.

Ma sicuramente Il futuro del nostro spazio pubblico è in pericolo. Chi decide ciò che possiamo vedere, ascoltare e nominare?

Difendere il diritto alla parola significa anche difendere il diritto a conservare la memoria, il contesto e la pluralità delle voci. Perché quando una voce viene cancellata da una piattaforma o esclusa da un giornale, si restringe lo spazio stesso entro cui una società può comprendere ciò che accade.