di Roberta Cricelli
La residenza “ Sense” -L’Essere e il Presagio, con gli artisti Saverio Todaro e Mauro Mezzina e la visione letteraria della scrittrice Eliana Iorfida
Giocare con la forza delle parole per dar voce all’arte. Il MABOS (Museo d’Arte del Bosco della Sila), un unicum custodito nella Sila Piccola catanzarese, diretto da Elisa Longo, ha rinnovato in questo spirito la propria vocazione di laboratorio permanente con la nona edizione di Sense, il progetto che da anni fonde arte, territorio e innovazione sociale nel cuore della Sila. Quest’anno, la residenza d’arte contemporanea, tenutasi dal 6 al 12 luglio, ha compiuto un salto suggestivo sviluppandosi lungo il corso del fiume Melito, nell’area simbolica dedicata al filosofo Gioacchino da Fiore. Sotto il titolo emblematico “L’Essere e il Presagio”, il fiume è diventato l’asse narrativo di un’esperienza che ha unito spazio, tempo e linguaggio, trasformandosi in un vincolo che si fa metodo: le opere sono state chiamate a dialogare tra loro, creando una tensione in cui l’una interroga il presente e l’altra apre al presagio.
Protagonisti di questo viaggio sono stati Saverio Todaro e Mauro Mezzina. Todaro, artista nato a Berna e formatosi all’Accademia di Belle Arti di Torino, ha presentato “Oracolo”, un elemento interattivo che si erge come soglia tra il sentiero e l’acqua. Costruita assemblando materiali solitamente nascosti sotto l’intonaco e rifinita in oro, l’opera non mira a rappresentare il potere ma la trasformazione della materia, traducendo la “Trinità dei tempi” di Gioacchino da Fiore in un’esperienza in cui l’essere umano agisce nel mezzo, tra ciò che costruisce e ciò che gli viene rivelato. Accanto a lui, lo scultore e docente all’Accademia di Belle Arti di Bari, Mauro Mezzina ha realizzato lungo la riva un “tappeto” di marmo di Trani, disteso a terra come elemento da varcare. La sua opera si struttura come un intreccio di segni naturali, simile a una trama tessile antica ma destinata al tempo lento dell’acqua, del muschio e del passaggio umano; ogni venatura della pietra diviene una superficie sensibile che richiede al visitatore un gesto fisico di rallentamento e connessione profonda con il suolo e il flusso del fiume.
Ad armonizzare tali schegge di estro, un’avvolgente trama letteraria. Il progetto si è avvalso infatti della curatela di Eliana Iorfida, scrittrice e archeologa, il cui sguardo ha attraversato le opere cullandone l’essenza. Come il fiume Melito scorre sottotraccia portando con sé sedimenti vitali, così la scrittura di Iorfida si è inserita nel dialogo tra Todaro e Mezzina, rendendo esplicito ciò che l’arte ha suggerito: che l’essere non è mai un dato statico ma un presagio che si svela solo a chi accetta di sostare sulla soglia.
Proprio per approfondire questa “traiettoria poetica” e comprendere come le parole di Gioacchino da Fiore abbiano abitato il paesaggio durante i giorni della residenza, abbiamo incontrato Eliana Iorfida.
L’Essere e il Presagio: il racconto di un’esperienza tra arte e natura
Il percorso di “Sense” è nato da una convergenza profonda: il pensiero di Gioacchino da Fiore ha offerto la trama ideale per accogliere la ricerca di due artisti, Saverio Todaro e Mauro Mezzina, in un dialogo che supera il tempo e lo spazio.
«Il legame tra le risonanze dei due artisti e la suggestione filosofica di Gioacchino da Fiore è stata esplicita sin da subito. Almeno questa è stata la mia impressione quando Mario Talarico, fondatore del Mabos, mi ha proposto questa residenza e mi ha sottoposto le opere. L’opera di Mauro Mezzina si intitola” Ritrovar sé stessi” e l’opera di Saverio Todaro si intitola “Oracolo”. In entrambi questi spunti e poi in quella che è stata la realizzazione plastica delle opere stesse, si legge un invito alla non linearità dello spazio e del tempo, al ricercare qualcosa che sia in divenire, a ricercare una durata a ritrovare sé stessi quindi l’essenza, l’essere anche all’interno di una profezia oracolare. Così è nato anche il titolo che ho deciso di suggerire per la residenza “L’Essere e il Presagio”. La connessione si è concretizzata proprio nell’area in cui le due opere sono state installate che è quella dedicata a Gioacchino da Fiore. Poco distante da essa vi è una bellissima spirale simbolo del pensiero gioachimita, formata dalla piantagione di un meleto. Durante i giorni di residenza quello che già era uno spunto forte si è poi palesato sempre di più stando a contatto con gli artisti provando a entrare in sintonia con la loro poetica all’interno di quell’area boschiva».-spiega l’autrice.
In questo scenario naturale, il fiume Melito ha smesso di fare da semplice sfondo, diventando un attore protagonista capace di dettare il ritmo e il significato stesso della residenza.
«Il fiume Melito rappresenta un elemento cardine del MABOS, specialmente per l’area a valle, situata in una posizione ribassata rispetto al resto delle installazioni. La presenza costante e discreta di questo corso d’acqua scandisce il paesaggio: sebbene nelle stagioni primaverili ed estive il suo scorrere sia meno copioso, esso continua a delineare con naturalezza l’intero percorso. Durante i giorni di residenza, il fiume è stato per noi un compagno, evocando le riflessioni filosofiche legate al panta rei di Eraclito e per associazione, alla spirale di Gioacchino da Fiore. In questo contesto si inserisce l’opera di Mezzina, un “tappeto” in pietra di Trani scolpito con elementi che richiamano il bosco e il ghiaccio, concepito come metafora di un viaggio sia esteriore che interiore. L’installazione è stata collocata in prossimità del corso d’acqua, accettando consapevolmente il rischio — intrinseco a un museo della natura — che l’opera possa essere sommersa durante le piene stagionali, tipiche dei mesi autunnali e invernali. È proprio in questo punto che il Melito incarna con maggiore forza il significato profondo della mutazione, del divenire e della natura in costante trasformazione»- sottolinea Iorfida.
La curatela di questo progetto ha assunto le forme di un vero e proprio “innesto”, un approccio che attinge alla natura stessa del luogo, dove alberi diversi si abbracciano senza confondersi, per far sì che la parola scritta non spiegasse le sculture, ma ne amplificasse la risonanza.
«Il concetto di innesto e di scrittura “sottotraccia” trova la sua espressione più alta in un elemento vegetale simbolo dell’intera area. Non è un caso che la passeggiata poetica ideata dalla poetessa Elisabetta Longo qualche anno fa si intitolasse “Anastomosi impossibili”. Il termine, suggerito a suo tempo dal botanico Carmine Lupia, descrive un raro fenomeno naturale riscontrato nei pressi dell’area di Gioacchino da Fiore: un ontano e un sambuco che, crescendo in un abbraccio serrato, appaiono come un’unica struttura vegetale. Sebbene i tronchi sembrino fusi, mantengono in realtà la propria autonomia organica e identità, incarnando appunto il paradosso di un’anastomosi “impossibile”. Questo episodio riflette l’essenza stessa del luogo, che si configura come uno spazio di innesti: dove l’arte della parola e la narrazione si intrecciano naturalmente alla scultura plastica e dove ogni espressione creativa si innesta nel corpo vivo del bosco. Il mio contributo si è mosso “sottotraccia”, operando come un accompagnamento discreto al processo creativo. In questo risiede il valore aggiunto dell’esperienza: lo scrittore ha l’opportunità di seguire gli artisti nel loro agire, lasciando che la parola non tanto spieghi l’opera, quanto piuttosto ne amplifichi il significato, offrendo prospettive aggiuntive»- rimarca la scrittrice.
Nonostante la distanza apparente tra il mondo dei codici binari di Todaro e la ricerca materica di Mezzina, la narrazione ha trovato una sintesi in una voce terza: quella del bosco che, testimone silenzioso, ha accolto e trasformato queste presenze.
«Non è stato difficile trovare un filo conduttore tra le due opere, anche se il lavoro di Saverio Todaro richiama la grammatica dei codici binari – dell’uno e dello zero – quel mondo che attinge al virtuale, all’etereo, al non visto che deve concretizzarsi; mentre l’opera di Mauro Mezzina è più incentrata sul concetto di spazio condiviso tra l’uomo e la natura, sulla possibilità di uscire ed entrare da sé stessi. Nonostante questo, le due poetiche mi sono subito apparse molto legate e a me non restava che provare ad assumere un punto di vista narrativo per raccontare o forse più per dare delle suggestioni rispetto a ciò che io stessa ho vissuto nei giorni di residenza con loro. Ho deciso di assumere il punto di vista del bosco stesso: è il bosco che racconta queste presenze che lo hanno abitato e il modo in cui le loro opere lo hanno trasformato. Questa, alla fine, è stata la chiave di lettura che mi ha convinta di più tra quelle che avevo immaginato e che nel complesso lega tra loro tutti i significati»- riflette la narratrice.
Un cammino lungo cui il corpo in movimento è chiamato a interpretare il presagio attraverso un esercizio di ascolto e di attraversamento dei simboli.
«In quest’area, il visitatore può vivere l’esperienza di una passeggiata poetica in cuffia. Si tratta di una narrazione che si ascolta camminando, magari soffermandosi a occhi chiusi per immergersi pienamente nel racconto. Per quanto mi riguarda, il modo più intenso di entrare in contatto con la figura di Gioacchino è attraversare fisicamente la spirale: un piccolo meleto piantato appunto a spirale. Percorrerlo significa compiere un attraversamento simbolico; richiede lo stato d’animo giusto, ma regala, al termine del cammino, un profondo senso di arricchimento. Il valore aggiunto di questo percorso è ora la possibilità di ammirare, durante la passeggiata, queste due opere dedicate al tema dell’ascolto. Come ho sottolineato durante la presentazione delle opere, il modo migliore per ritrovare sé stessi e accogliere le profezie, non è chiedere in modo esplicito ma rimanere in ascolto»- chiosa Eliana Iorfida.
Nel cuore pulsante del MABOS, l’Essere e il Presagio smettono di essere concetti astratti per trasformarsi in un invito quotidiano: fermarsi, ascoltare il mormorio dell’acqua che trasforma la pietra e accettare finalmente di perdersi, per potersi, nel divenire del mondo, ogni volta ritrovare.
Per le suggestioni di parole ed immagini si ringrazia l’Ufficio Stampa: Gabriella Cantafio.
