Politica

Una riforma elettorale senza i cittadini. Yes men a ogni costo

di Michele Petrocelli

La nuova proposta di legge elettorale sostenuta dal governo Meloni viene presentata come una riforma pensata per garantire stabilità e governabilità. Proporzionale con alta soglia di sbarramento, premio di maggioranza, forse l’indicazione preventiva del premier che ci porterebbe in un attimo al cosiddetto premierato, tutto sembra ruotare attorno all’obiettivo di costruire governi più solidi e duraturi. Ma dietro questa narrazione si nasconde un problema politico e democratico molto più profondo: ancora una volta agli elettori viene negata la possibilità di scegliere davvero i propri rappresentanti.

La questione più grave della riforma, infatti, è l’assenza del voto di preferenza.

Secondo le anticipazioni e i testi circolanti in Parlamento, il nuovo sistema manterrebbe le liste bloccate, cioè meccanismi in cui i candidati vengono eletti nell’ordine deciso dalle segreterie dei partiti e non sulla base delle scelte dirette dei cittadini.

È un punto tutt’altro che secondario. Da anni il dibattito pubblico denuncia la progressiva trasformazione del Parlamento in un’assemblea di nominati più che di eletti. Con le liste bloccate, infatti, il rapporto tra cittadino ed eletto si indebolisce drasticamente: chi entra in Parlamento deve la propria carriera politica soprattutto alla fedeltà verso il vertice del partito, non al consenso raccolto sul territorio.

Paradossalmente, proprio Giorgia Meloni in passato aveva criticato duramente questo sistema, sostenendo la necessità di restituire agli elettori il diritto di scegliere. Oggi però quella promessa sembra essere stata archiviata. La nuova riforma conserva esattamente quel meccanismo che per anni è stato indicato come uno dei principali fattori della crisi della rappresentanza democratica.

Il problema non è soltanto teorico. Senza preferenze, il cittadino può scegliere un simbolo ma non le persone che lo rappresenteranno in Parlamento. In pratica, il potere di selezione della classe dirigente resta concentrato nelle mani di poche leadership nazionali. È una logica verticale che riduce la partecipazione democratica e rafforza il controllo delle oligarchie di partito.

Chi difende le liste bloccate sostiene spesso che il voto di preferenza favorisca clientelismo, spese elettorali incontrollate e competizione interna tra candidati. È un’obiezione che ha una sua storia, soprattutto dopo Tangentopoli. Ma usare ancora oggi questo argomento come giustificazione assoluta appare debole e persino ipocrita. Le preferenze continuano infatti a esistere nelle elezioni amministrative (comunali e regionali) ed europee, senza che ciò venga considerato incompatibile con la democrazia rappresentativa.

Inoltre, l’assenza delle preferenze produce effetti politici evidenti: parlamentari meno autonomi, in totale non osservanza dei principi costituzionali dell’articolo 67 e del primo comma dell’articolo 68, più dipendenti dai leader e di sicuro meno radicati nei territori. Il rischio è quello di continuare nella più vergognosa pratica di un Parlamento composto da figure selezionate per obbedienza più che per competenza o capacità di rappresentanza. D’altronde, è almeno dal 2001 (legge Porcellum) che la pratica si ripete.

La nuova legge elettorale sembra quindi muoversi nella direzione opposta rispetto a ciò di cui l’Italia avrebbe bisogno. In un tempo segnato da crescente astensionismo e sfiducia verso la politica, la risposta dovrebbe essere ampliare gli spazi di partecipazione, non restringerli ulteriormente.

Una vera riforma democratica avrebbe dovuto introdurre almeno una forma di preferenza, magari regolata e limitata, capace di restituire ai cittadini il diritto fondamentale di scegliere non solo il partito, ma anche le persone. Invece il governo preferisce rafforzare la centralità delle leadership e il controllo delle segreterie.

La stabilità è certamente importante. Ma una democrazia non può vivere soltanto di governi stabili: ha bisogno anche di rappresentanza, partecipazione e fiducia popolare. E nessuna legge elettorale potrà mai dirsi davvero democratica finché gli elettori continueranno a non poter scegliere i propri parlamentari.