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La democrazia fragile delle parole: l’Italia e la libertà di stampa che arretra

di Annalisa Nicastro

C’è un numero che oggi pesa tanto e fa riflettere. È il 56. È la posizione dell’Reporters Without Borders World Press Freedom Index 2026 in cui scivola l’Italia, ed è un numero che non arriva all’improvviso ma sedimenta, anno dopo anno, come polvere su una parola che dovrebbe restare luminosa: libertà.

A guardarla da vicino, questa caduta non è un inciampo ma una traiettoria. Lo raccontano le voci della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che parlano di una libertà di stampa rispettata nelle dichiarazioni ma compressa nei fatti, stretta tra leggi che non proteggono abbastanza e un sistema economico che indebolisce chi fa informazione fino a renderlo vulnerabile. Non è solo una questione di diritti astratti, è la concretezza dei contratti scaduti da dieci anni, delle retribuzioni che scivolano sotto la soglia di dignità, dei freelance che restano in attesa di un equo compenso che sembra sempre rimandato, come una promessa che non trova mai il coraggio di diventare norma.

E poi c’è il terreno più insidioso, quello legislativo, dove la libertà non viene negata apertamente ma aggirata, rallentata, sospesa. Le riforme sulla diffamazione restano ferme, le querele temerarie continuano a essere usate come arma di pressione, e l’assenza di interventi strutturali trasforma ogni inchiesta scomoda in un rischio personale. È una forma di silenzio che non ha bisogno di censura esplicita, perché lavora per logoramento.

In questo quadro, anche le istituzioni che dovrebbero garantire equilibrio appaiono fragili o bloccate, e il servizio pubblico diventa un territorio incerto, mentre nuove proposte legislative rischiano di intervenire direttamente sulla libertà editoriale, spostando l’asse delle decisioni fuori dalle redazioni. È qui che il problema smette di essere solo dei giornalisti e diventa democratico, perché quando si restringe lo spazio dell’informazione si restringe anche quello dei cittadini.

Eppure l’Italia non è un’eccezione isolata, ma una tessera dentro un mosaico globale sempre più scuro. Il report di Reporters Without Borders racconta un mondo in cui, per la prima volta in venticinque anni, più della metà dei Paesi vive condizioni “difficili” o “molto gravi” per la libertà di stampa, e dove il punteggio medio globale non è mai stato così basso. È come se la mappa dell’informazione si stesse lentamente colorando sempre più di rosso, anno dopo anno, fino a rendere evidente una tendenza che non può più essere ignorata.

Il dato più allarmante riguarda proprio le leggi, diventate lo strumento più affilato di questa trasformazione. In oltre il 60% dei Paesi analizzati, l’indicatore legale è peggiorato, segno che il giornalismo viene sempre più spesso criminalizzato, non solo nei regimi autoritari ma anche nelle democrazie. La sicurezza nazionale, le normative emergenziali, le accuse di disinformazione diventano pretesti per limitare il diritto di raccontare, mentre le cause strategiche contro i giornalisti (le cosiddette SLAPP) si moltiplicano come deterrente silenzioso.

Accanto alla pressione normativa, cresce quella economica. Il giornalismo viene indebolito da modelli di business fragili, da redazioni impoverite, da un mercato che fatica a sostenere l’indipendenza. È una compressione doppia, politica ed economica, che rende più difficile non solo pubblicare ma anche semplicemente esistere come voce libera.

E mentre in alcune aree del mondo la violenza resta brutale e visibile con guerre, arresti, omicidi, in altre si fa più sofisticata, quasi invisibile, passando attraverso il linguaggio ostile della politica, le campagne di delegittimazione, la normalizzazione dell’attacco ai media. È una strategia che non chiude le redazioni ma le svuota di autorevolezza, insinuando il dubbio che il giornalismo non sia più necessario.

Dentro questa fotografia globale, l’Italia appare sospesa in una zona di mezzo, lontana dagli estremi più drammatici ma sempre più distante dagli standard dei Paesi europei che fanno della libertà di stampa una colonna portante. Ed è proprio questa distanza, più della posizione in classifica, a raccontare il problema: non una caduta improvvisa, ma un progressivo allontanamento da un’idea di democrazia piena.

La domanda che attraversa il report non è tecnica, è quasi esistenziale: quanto ancora siamo disposti a tollerare l’erosione del diritto di essere informati? Perché la libertà di stampa non scompare in un giorno, si assottiglia lentamente, fino a diventare un concetto che resta intatto nelle parole ma svuotato nella realtà.

Ed è proprio qui che si gioca la partita più importante, non nei numeri ma nelle scelte. Perché ogni ritardo, ogni riforma mancata, ogni silenzio istituzionale non è neutro, è una direzione.