di Pippo Gallelli
In Venezuela non c’è una sola verità, e raccontare questa crisi come una favola morale con buoni e cattivi significa preparare il terreno al disastro. La cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi e il suo trasferimento negli Stati Uniti hanno prodotto una frattura profonda, che non riguarda solo il potere ma la stessa idea di legalità internazionale. Una frattura che rischia di trasformarsi rapidamente in conflitto interno.
È un fatto che Maduro abbia governato in modo sempre più illiberale. Elezioni svuotate di reale competizione, opposizione repressa, istituzioni piegate all’esecutivo: il suo potere non può essere difeso come pienamente democratico. Non sorprende quindi che, alla notizia della sua caduta, una parte della popolazione sia scesa in piazza a festeggiare. Quelle manifestazioni raccontano un Paese stremato, desideroso di chiudere una stagione di autoritarismo, povertà e isolamento.
Ma fermarsi a quelle immagini significa raccontare solo metà della storia. L’altra metà è molto più scomoda. Il blitz statunitense è stato uno strappo netto al diritto internazionale, un atto unilaterale che ha ignorato qualsiasi cornice multilaterale, qualsiasi mandato condiviso, qualsiasi principio di sovranità. Il sequestro di un capo di Stato straniero sul territorio di un altro Paese, accompagnato – secondo le autorità venezuelane – dall’uccisione di uomini della sua scorta, soldati e civili, non può essere normalizzato né giustificato con il richiamo astratto alla “democrazia”.
La nomina di Delcy Rodríguez a presidente ad interim, sostenuta dall’esercito e dalla Corte Suprema venezuelana, si scontra frontalmente con la posizione di Washington, che nega legittimità a qualsiasi assetto istituzionale nato dal chavismo. Questa discrepanza apre una terra di nessuno politica e giuridica, in cui nessuna autorità è riconosciuta da tutti e ogni attore rivendica il monopolio della legittimità. È in questo vuoto che maturano i conflitti più pericolosi.
A rendere ancora più esplicita la natura dell’intervento è stato lo stesso Donald Trump. Nella conferenza stampa successiva al blitz, il presidente statunitense non ha fatto nulla per nascondere che gli Stati Uniti “garantiranno la gestione” delle enormi risorse petrolifere venezuelane nella fase successiva alla caduta di Maduro. Una dichiarazione che ha il merito della brutalità: dietro la retorica della libertà e della transizione democratica emergono chiaramente gli interessi strategici ed economici che hanno guidato l’operazione. Il petrolio, ancora una volta, come chiave di lettura decisiva. Altro che intervento disinteressato.
Questo passaggio è cruciale perché smaschera l’ipocrisia del racconto ufficiale. Se l’obiettivo fosse stato davvero e soltanto la democrazia, la strada sarebbe stata quella di una pressione diplomatica multilaterale, di un processo negoziato, di un coinvolgimento delle Nazioni Unite. Invece si è scelta la scorciatoia della forza, e la forza – per definizione – non crea diritto, ma precedenti.
Le piazze che festeggiano la caduta di Maduro convivono ora con un apparato statale e militare che parla di sequestro, aggressione e colonialismo. Questa polarizzazione è una miscela esplosiva. Perché quando una parte del Paese vede negli Stati Uniti dei liberatori e l’altra li percepisce come una potenza occupante interessata alle risorse, la frattura non è più solo politica: diventa sociale, identitaria, potenzialmente armata.
Il Venezuela rischia così di passare da un autoritarismo interno a una instabilità strutturale, in cui il potere si regge sulla forza e non sul consenso, e in cui ogni opposizione può essere letta come tradimento o come pedina straniera. È il terreno ideale per scontri interni, repressione, radicalizzazione.
Maduro non era un presidente democratico nel senso pieno del termine. Ma la sua rimozione manu militari non inaugura automaticamente una nuova stagione di diritti. Quando il diritto internazionale viene sospeso e la sovranità diventa negoziabile in base agli interessi delle grandi potenze, nessun Paese può sentirsi al sicuro. Oggi è successo al Venezuela. Domani, con motivazioni diverse ma con la stessa logica, potrebbe toccare a chiunque.
