L’operazione militare lanciata dagli Stati Uniti contro il Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio segna uno spartiacque drammatico nelle relazioni interamericane e nel già fragile equilibrio dell’ordine internazionale. Il raid aereo su Caracas, culminato nella cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores e nel loro trasferimento forzato fuori dal Paese, rappresenta non solo un atto di forza senza precedenti negli ultimi decenni, ma anche un ritorno esplicito alla logica dell’interventismo statunitense che affonda le proprie radici nella Dottrina Monroe e nella successiva “diplomazia delle cannoniere”.
Un’azione che richiama i pilastri dell’interventismo Usa
Formalmente giustificata dall’amministrazione Trump come parte dell’operazione antidroga “Southern Spear” e accompagnata dall’incriminazione di Maduro a New York per terrorismo e narcotraffico, l’azione appare nei fatti come un intervento militare diretto contro la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite. L’uso di forze speciali statunitensi, il bombardamento di infrastrutture militari e aree urbane della capitale, nonché il prelievo notturno del capo dello Stato venezuelano dalla sua residenza, configurano uno scenario che richiama apertamente il corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe: gli Stati Uniti che si arrogano il diritto di intervenire unilateralmente in America Latina per “ristabilire l’ordine” secondo i propri criteri politici e strategici.
Morti civili e blackout a Caracas
Secondo le autorità venezuelane, gli attacchi hanno provocato un numero ancora imprecisato di vittime civili e militari. Testimonianze e immagini parlano di almeno sette forti esplosioni, blackout in vaste aree della capitale e di una grande base militare colpita nella zona sud di Caracas. Il ministro della Difesa Vladimir Padrino López ha denunciato attacchi con elicotteri statunitensi su aree urbane, mentre la vicepresidente Delcy Rodríguez ha chiesto prove dello stato di salute di Maduro e della moglie, mettendo in dubbio la versione americana.
La dura reazione del Sud America: Lula apre il fronte politico
La risposta più netta e politicamente significativa è arrivata dal Brasile. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha parlato senza mezzi termini di una “aggressione militare criminale” e di una “linea inaccettabile” superata dagli Stati Uniti. In un messaggio durissimo, Lula ha denunciato la violazione flagrante della sovranità venezuelana e del diritto internazionale, avvertendo che azioni di questo tipo creano precedenti estremamente pericolosi e riportano l’America Latina ai “peggiori momenti dell’interferenza esterna”.
La posizione di Brasilia è particolarmente rilevante perché rompe qualsiasi ambiguità regionale: non si tratta solo di una difesa del governo Maduro, ma della rivendicazione di un principio fondamentale, quello della non ingerenza e del rispetto della Carta delle Nazioni Unite.
Colombia, Cuba e l’asse latinoamericano
Anche la Colombia di Gustavo Petro ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, pur adottando misure militari difensive lungo il confine in previsione di un possibile afflusso di rifugiati. Cuba ha condannato duramente l’azione statunitense, definendola un atto di pirateria internazionale contro un alleato storico, mentre altri governi della regione osservano con crescente preoccupazione l’escalation, consapevoli che il precedente venezuelano potrebbe domani riguardare altri Paesi.
Uno strappo al diritto internazionale
Sul piano giuridico e politico, l’operazione americana rappresenta uno strappo profondo al diritto internazionale. La cattura forzata di un capo di Stato straniero senza mandato internazionale, l’uso della forza armata senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il bombardamento di un Paese sovrano violano apertamente i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite.
Non a caso, il segretario generale dell’ONU António Guterres ha espresso “grave preoccupazione” per il mancato rispetto del diritto internazionale, parlando di un precedente pericoloso che rischia di legittimare la legge del più forte a discapito del multilateralismo.
L’Europa tra cautela e imbarazzo
L’Unione europea, per bocca del presidente del Consiglio europeo António Costa e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha invocato de-escalation e una soluzione democratica, ribadendo il rispetto della Carta dell’ONU. Una posizione prudente, che riflette l’imbarazzo europeo di fronte a un’azione statunitense difficilmente difendibile sul piano giuridico, ma che evita una condanna frontale.
Un precedente che pesa sul futuro
L’attacco al Venezuela e la cattura di Maduro segnano un punto di non ritorno. Al di là del giudizio politico sul chavismo, ciò che è in gioco è la tenuta dell’ordine internazionale e la credibilità delle regole che dovrebbero governare le relazioni tra Stati. Il Sud America, con Lula in prima linea, ha lanciato un segnale chiaro: accettare questo atto senza una risposta politica e diplomatica forte significherebbe legittimare un ritorno all’epoca delle cannoniere, in cui la sovranità dei Paesi più deboli era subordinata alla volontà delle grandi potenze.
