di Pippo Gallelli
Cinquanta anni dopo la notte dell’Idroscalo di Ostia, Pier Paolo Pasolini continua a parlarci. Anzi, continua ad aver ragione. Nel tempo della distrazione permanente e delle verità usa e getta, la sua voce resta come un richiamo scomodo, una ferita aperta nella coscienza collettiva. Pasolini non è solo un intellettuale del Novecento, ma un contemporaneo che vive nel futuro, nel nostro presente, che lui aveva già descritto con inquietante precisione.
Pasolini aveva visto ciò che molti non volevano vedere: la trasformazione profonda e irreversibile dell’Italia. Negli anni del boom economico, mentre il Paese festeggiava l’arrivo del benessere e della modernità, lui intuiva che dietro le luci delle vetrine si nascondeva un nuovo tipo di fascismo, più subdolo e invasivo: il fascismo del consumo, quello che non impone ma persuade. Scriveva negli Scritti corsari: “Il potere di oggi non si accontenta di governare. Vuole educare, anzi, deformare le coscienze. Il consumismo è un nuovo totalitarismo.”
Non era un’iperbole letteraria. Pasolini aveva compreso che la società dei consumi avrebbe prodotto una mutazione antropologica: un popolo apparentemente libero, ma omologato nei desideri, nelle parole, nei sogni. Non più l’Italia contadina, arcaica, piena di differenze e dialetti, ma un Paese televisivo, standardizzato, dove tutti si assomigliano e nessuno pensa più con la propria testa.
Pasolini non era un nostalgico. Non rimpiangeva il passato: cercava un senso umano e sacro nella realtà, anche la più umile e marginale. Nel suo Vangelo secondo Matteo, film povero e sublime, aveva ritrovato nella figura di Cristo un simbolo della purezza rivoluzionaria contro ogni potere. In Accattone e in Mamma Roma aveva raccontato i volti dei sottoproletari, quella Roma “che non c’è più”, dove la miseria conviveva con una certa innocenza primitiva. Ma già negli anni Settanta capiva che quella realtà stava scomparendo: “Il potere ha distrutto le culture popolari. Ha ucciso i contadini, ha umiliato gli operai. E ora governa un popolo che non ha più memoria né linguaggio.”
Oggi, in un tempo in cui tutto è mercato — anche la ribellione — quelle parole risuonano come una condanna e un monito. Viviamo in un mondo dove l’apparenza vale più della verità, dove la televisione prima e i social oggi dettano i ritmi del pensiero. La cultura di massa che lui temeva non solo è arrivata, ma ha colonizzato ogni spazio del reale. Politica ridotta a spettacolo, indignazione a tendenza del giorno, desiderio a merce: è la società dello spettacolo che Pasolini, prima ancora di Debord, aveva intuito con sguardo visionario.
Nel 1975, pochi mesi prima di morire, pubblicò articoli durissimi sul potere, sull’abbandono della scuola, sulla degradazione morale dell’Italia democratica. Parlava di una nazione senza più ideali, dove “la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso”, dove la libertà è stata confusa con il consumo. Sembrano parole scritte ieri.
A cinquant’anni dalla sua morte, Pasolini rimane un enigma e una necessità. Non è stato addomesticato, non può esserlo. Ogni volta che lo rileggiamo, ci costringe a fare i conti con ciò che siamo diventati: cittadini distratti, spettatori permanenti, complici di quella “diseducazione dolce” che lui aveva previsto. Eppure, in mezzo alla disperazione, Pasolini non smise mai di credere nella poesia, nella bellezza, nella possibilità di un riscatto umano. Scriveva: “Io so, ma non ho le prove. Io so che l’Italia è un Paese infelice, che vive di menzogne e di rimozioni. Ma io continuerò a dire la verità, anche se la verità è scomoda.”
Forse è questo il suo lascito più grande: il coraggio di non tacere, di guardare in faccia la realtà anche quando fa male. Perché Pasolini non ci ha solo raccontato chi eravamo. Ci ha avvertito di chi saremmo diventati. E aveva visto giusto.
Fonte foto Wikimedia Commons
Foto di Domenico Notarangelo: Paolo Pasolini e Enrique Irazoqui a Matera in un momento di pausa delle riprese de “Il Vangelo secondo Matteo”.
