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Il giornalismo sotto attacco: quando cercare la verità diventa un atto di coraggio

di Pippo Gallelli

Un ordigno rudimentale, un chilo di esplosivo, la miccia accesa tra due vasi a pochi metri da casa. È successo a Pomezia, davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, voce libera e coraggiosa del servizio pubblico, a cui va la nostra solidarietà. La deflagrazione ha distrutto le sue auto, ma non ha fermato il messaggio che arriva da questo gesto: intimidire chi, in Italia, ancora osa fare giornalismo vero.
Ranucci ha parlato di “un salto di qualità” nelle minacce ricevute, e purtroppo ha ragione: colpire un giornalista significa colpire il diritto di tutti a sapere.

Dalle frange estreme della politica ai poteri economici, fino alle ombre della criminalità, Report ha toccato nervi scoperti e pagato il prezzo dell’indipendenza. Eppure, come ha ricordato il Presidente Mattarella, la libertà di stampa è “un presidio indispensabile della democrazia”.
E tuttavia, mai come oggi, il rapporto tra potere e informazione appare stridente. Viviamo in un’epoca in cui la narrazione social prefabbricata, spesso superficiale o manipolata, è divenuta lo strumento preferito del potere per affermarsi e condizionare l’opinione pubblica.

Negli Stati Uniti, giornalisti del New York Times, del Wall Street Journal, della CNN e di altre grandi testate hanno lasciato il Pentagono in segno di protesta contro le nuove restrizioni imposte dal segretario della Difesa. Regole che limitano l’accesso e subordinano l’informazione al controllo preventivo dell’autorità militare: un precedente inquietante, anche nel Paese che un tempo si definiva la patria della libertà di espressione.

E poi ci sono i fronti di guerra come Gaza, dove la libertà di stampa si paga con la vita. Sono ormai più di 275 i giornalisti uccisi dall’inizio del conflitto. Tra gli ultimi, Saleh al-Jaafarawi, 34 anni, reporter e documentarista palestinese, ucciso a Gaza City, nel quartiere di al-Sabra, poche ore dopo aver annunciato un nuovo reportage.
Donne e uomini che raccontavano l’orrore armati solo di una telecamera o di uno smartphone, testimoni diretti di una tragedia che il mondo spesso preferisce non guardare. Raccontare la verità, lì, significa sfidare il fuoco e il silenzio, le bombe e la disinformazione.

Mai come ora, nell’epoca delle fake news e dei social che amplificano menzogne e semplificazioni, il giornalismo serio diventa un atto di resistenza civile. È la sottile ma decisiva differenza tra sapere e credere, tra libertà e propaganda. Un mestiere che non si improvvisa, ma che si onora ogni volta che qualcuno sceglie di raccontare i fatti per come sono, senza padroni né condizionamenti.

Per questo, di fronte a ogni bavaglio e a ogni minaccia, non possiamo restare in silenzio. La solidarietà a Sigfrido Ranucci non è solo un gesto umano, ma un dovere democratico. Difendere chi cerca la verità significa difendere noi stessi, la nostra libertà e il diritto — mai scontato — di sapere come stanno davvero le cose.

Fonte foto: web e Wikimedia