Cultura

Il Nobel a Anne Carson,  dove i confini della letteratura si dissolvono

“I would read anything she wrote”. Leggerei qualsiasi cosa scrivesse, Susan Sontag scrisse queste parole parlando di Anne Carson e in questa frase c’è già molto del motivo per cui oggi il Premio Nobel per la Letteratura arriva a una scrittrice che per tutta la vita ha fatto una cosa che la letteratura contemporanea non sempre perdona: non si è lasciata definire. 
Il Nobel le viene assegnato nel 2026 per una «opera audace e inventiva» che, nel dialogo con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea. Ed è difficile immaginare una motivazione più precisa per una donna che ha trascorso decenni a spostare continuamente il confine tra poesia e prosa, traduzione e invenzione, studio e immaginazione, mito e presente. 

Carson è nata a Toronto nel 1950. È stata studiosa di letteratura classica, professoressa di greco antico, traduttrice, poetessa, saggista (ma anche questa successione di definizioni rischia di essere già un errore, perché ciascuna parola presa da sola sembra ridurla). Anne Carson è una scrittrice. Il suo modo di scrivere assomiglia piuttosto a un movimento, a una mente che procede per associazioni, deviazioni, frammenti, intuizioni. Una cosa incontra un’altra senza che nessuno abbia prima stabilito che debbano incontrarsi.

È questa la logica di Wrong Norma, il libro nel quale Carson mette insieme scritti su Joseph Conrad, Guantánamo, Flaubert, la neve, la povertà, il dizionario dei sinonimi, suo padre, il sabato sera, Socrate. Testi che, dice lei, non sono collegati e proprio per questo sono “sbagliati”.  È una parola bellissima: sbagliati, perché racconta qualcosa che la letteratura contemporanea spesso dimentica: non tutto deve funzionare secondo una logica prestabilita, non tutto deve appartenere a una categoria, non tutto deve poter essere spiegato prima ancora di essere letto.

Ha scritto un romanzo in versi a partire da un mito greco, ha trasformato Gerione, il mostro di Stesicoro, in un adolescente che attraversa il desiderio, la solitudine e il corpo nel mondo contemporaneo con Autobiography of Red. Ha scritto libri che sono insieme poema, saggio, autobiografia, traduzione, teatro. Ha costruito Nox come un oggetto fisico fatto di fotografie, lettere, collage, appunti, frammenti e versi, fino a mettere in discussione non soltanto che cosa possa essere una poesia ma persino che cosa possa essere un libro. Ha creato perfino una raccolta, Float, composta da ventidue piccoli libri pensati per poter essere letti senza un ordine obbligatorio, come se anche la struttura dovesse rinunciare all’idea di un percorso unico. 

E allora ai perbenisti viene da chiedersi: dove la mettiamo? In quale scaffale?
Poesia?
Narrativa?
Saggistica?
Letteratura classica?
Scrittura sperimentale?
Arti visive?
Teatro?
Traduzione?

La risposta più onesta è: in nessuno oppure in tutti. Ed è proprio qui che il Nobel di Anne Carson diventa più interessante di una semplice consacrazione letteraria. Perché arriva in un momento storico nel quale l’editoria, sempre più spesso, ha bisogno di classificare prima ancora di ascoltare. Un libro deve essere identificabile, deve sapere a quale pubblico rivolgersi, deve poter essere raccontato con una parola, possibilmente con una sola, deve occupare una casella. Ma la grande letteratura non sempre è riconoscibile, è proprio questo che ci disorienta. A volte un libro non vuole dirci che cosa è, vuole costringerci a scoprire che cosa possiamo diventare mentre lo leggiamo.

Anne Carson ha scritto oltre i generi, perché sperimentare non significa rompere una forma per il gusto di romperla, significa capire che una certa esperienza non può essere raccontata attraverso una forma già pronta, che il dolore, il desiderio, la perdita, il mito, la memoria, il corpo, il tempo possono avere bisogno di un linguaggio diverso ogni volta. Per Carson la forma è parte del pensiero.

È una classicista, sì, ma non usa il mondo antico come una teca, lo apre e lo porta nel nostro tempo. L’Accademia svedese ha riconosciuto il carattere audace e inventivo della sua opera e la capacità di dialogare con la tradizione classica fino a trasformarla in qualcosa di nuovo, contemporaneo, imprevedibile. 
Saffo può diventare così una voce del desiderio contemporaneo, la tragedia greca può dialogare con il corpo e con l’identità di oggi, un personaggio mitologico può diventare un adolescente, Marilyn Monroe può entrare in una riscrittura di Euripide, un frammento antico può illuminare le vite di oggi. Insomma il mito nelle mani di Carson non è mai soltanto passato è una lingua ancora viva.
Forse perché Carson conosce le parole nella loro profondità, ha insegnato greco antico per tutta la vita e ha raccontato più volte quanto l’etimologia sia per lei un punto di partenza. La parola non è mai soltanto ciò che significa adesso: dentro di sé conserva sedimenti, tracce, vite precedenti, scavarla significa far emergere possibilità che erano rimaste nascoste. Questa è anche una delle ragioni per cui Carson è riuscita a essere, contemporaneamente, rigorosa e visionaria.
È quello che accade anche in Wrong Norma: il mondo non viene ricomposto, viene lasciato nella sua apparente discontinuità. E proprio lì, in quella discontinuità, si intravede qualcosa di molto simile al funzionamento del pensiero umano. Un pensiero che non procede sempre in linea retta, un pensiero che mentre sta pensando una cosa ne ricorda un’altra, che passa dal dolore a una parola, da una parola a un’immagine, dall’immagine a un ricordo. 

Carson dà una forma al caos.

La letteratura può mettere insieme Conrad e la neve, Socrate e il sabato sera, un padre e una parola, un mito di duemila anni fa e una ferita che abbiamo ancora addosso, può prendere una forma e abbandonarla, può non sapere in anticipo dove sta andando. Anne Carson riceve il Nobel per aver creato nuove forme.

Le città sono l’illusione che le cose, in qualche modo, stiano insieme. Una pera. Il tuo inverno.

Anne Carson oggi andrebbe letta proprio da qui. “I would read anything she wrote”. Queste parole di Susan Sontag indicano che lei l’aveva capito prima di molti altri: Anne Carson è una di quelle rare scrittrici per cui il genere non viene prima della scrittura. Poetessa, saggista, classicista, traduttrice, artista della forma o niente di tutto questo, se quelle parole diventano una gabbia
Perché che cosa c’entrano una pera e l’inverno? Perché dovrebbero appartenere alla stessa frase, allo stesso luogo, allo stesso pensiero? Eppure eccoli lì, vicini, separati e insieme. Due cose che non hanno bisogno di assomigliarsi per creare una relazione. È in quella distanza che Carson ha costruito gran parte della sua letteratura.

La mia pera. Il tuo inverno.

Una cosa mia, una cosa tua. Due mondi che, per qualche ragione misteriosa, nella lingua si incontrano.
Le città, dice Carson, sono un’illusione e forse anche i confini lo sono: tra poesia e prosa, tra passato e presente, tra studio e invenzione, tra ciò che appartiene a me e ciò che appartiene a te.

Resta il linguaggio, resta quel punto fragile in cui due cose lontanissime si guardano e, per un attimo, sembrano appartenersi.

La mia pera. Il tuo inverno.
È proprio lì che comincia la letteratura. Anne Carson ha fatto di questo disorientamento una forma di libertà, ha scritto oltre i generi e finalmente porta avanti una nuova definizione di letteratura

È per questo che dopo averla letta resta una sensazione strana, come quando si entra in una stanza e si capisce che qualcuno ha spostato tutto durante la notte. Non sappiamo più dove sono le cose ma, improvvisamente, le vediamo meglio.