di Sylvie Freddi
“Benvenuti in Israele, qui comandiamo noi”
Il ministro per la sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, cammina tronfio tra donne e uomini della flottiglia costretti a inginocchiarsi a capo chino.
Umiliati pubblicamente, esibiti inginocchiati come trofei politici, un messaggio al mondo di mera sopraffazione. Una ulteriore deriva del violento governo israeliano, ormai senza più freni né imbarazzo.
Queste immagini pesano molto di più delle dichiarazioni ufficiali, svelando ancora una volta l’orribile follia degli uomini imbevuti di dottrina sionista, convinti che la forza possa sostituire il diritto.
Ma se si pensa al genocidio dei palestinesi perpetrato da anni dal governo israeliano e alla pesante interferenza nella politica mondiale che sta causando guerre e recessione economica, questa umiliazione è una scena blanda.
Ma il messaggio è arrivato violento al mondo internazionale che è stato così obbligato a condannare il sopruso a danni di cittadini dei quali la maggioranza di nazionalità europea. La condanna è arrivata anche da quei paesi che, come l’Italia, hanno sempre sostenuto la falsa narrativa vittimista dello stato di Israele.
Benjamin Netanyahu stesso, che da sempre ha cercato di nascondere la sanguinosa realtà del mondo sionista, ha ovviamente reguardito il proprio ministro.
Ma chi è Ben Gvir? Lui è uno degli uomini più potenti del governo israeliano e rappresenta l’anima ultranazionalista e radicale della destra.
Per anni è stato vicino al kahanismo, movimento fondato dal rabbino Meir Kahane, considerato talmente razzista da essere bandito perfino in Israele e negli Stati Uniti. Da giovane Ben Gvir teneva appeso in casa il ritratto di Baruch Goldstein, l’estremista israeliano che nel 1994 a Hebron uccise ventinove palestinesi in preghiera.
Negli anni la sua militanza estremista ha fatto proseliti con paura, rabbia e ossessione per la sicurezza.
Oggi, da ministro della Sicurezza nazionale, controlla apparati cruciali dello Stato e rappresenta una linea politica che considera ogni critica al governo un tradimento. Le immagini di uomini e donne della flottiglia inginocchiati diventano così trofei politici, strumenti di propaganda destinati soprattutto al pubblico interno più radicalizzato.
Ma proprio queste immagini stanno producendo nell’opinione pubblica internazionale l’effetto opposto che prende sempre più le distanze dal governo israeliano. Numerose comunità ebraiche nel mondo, storici israeliani, intellettuali, ex militari e organizzazioni per i diritti umani denunciano apertamente Israele che ha ormai compromesso la sua credibilità rischiando un isolamento diplomatico sempre più profondo.
Una grande vittoria raggiunta dai coraggiosi uomini e donne della Flottilla.
