di Michele Petrocelli
C’è un momento in cui la propaganda politica smette di essere soltanto propaganda e diventa un problema per la democrazia. È il momento in cui la presidente del Consiglio, invece di rispettare le regole dello Stato di diritto, attacca pubblicamente un giudice perchéé una decisione non le piace. È esattamente ciò che è accaduto con la scarcerazione di Youssef Siher, a Milano. Giorgia Meloni ha definito «vergognosa» la decisione della gip Tiziana Landoni di non convalidare il fermo del ricercatore, accusato di aver gestito canali social legati alle proteste sfociate in disordini e devastazioni. Poi ha rincarato la dose, arrivando a chiedersi come uno Stato normale possa difendere i cittadini dalle decisioni di «certa magistratura». Parole pesanti, pronunciate dalla massima carica del governo, che dovrebbe essere la prima a tutelare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il punto è semplice, ribadito da più parti, ma evidentemente scomodo: in uno Stato di diritto non è la presidente del Consiglio a decidere chi debba restare in carcere. Lo fanno i magistrati, sulla base delle leggi, delle prove e dei presupposti previsti dall’ordinamento. E la gip ha motivato la propria decisione rilevando che, negli elementi esaminati, non emergevano i presupposti per giustificare il fermo e la misura cautelare richiesta. Questo non significa assolvere Siher, né minimizzare le devastazioni o le responsabilità di chi abbia commesso reati. Significa distinguere, come impone la legge, tra accuse, prove e decisioni giudiziarie. Una distinzione che dovrebbe essere ovvia, soprattutto per chi governa. Ma per questa destra sembra valere una regola diversa: la magistratura è autorevole quando arresta chi il governo considera un nemico; diventa irresponsabile, ideologizzata e «vergognosa» quando applica la legge in modo sgradito a Palazzo Chigi. E subito si mette in moto il consueto meccanismo: dichiarazioni incendiarie, titoli indignati, giornali schierati e una campagna che trasforma i giudici nel bersaglio perfetto. Non è una critica legittima alle sentenze, che si possono discutere e impugnare nelle sedi previste. È qualcosa di diverso: la delegittimazione sistematica di un potere indipendente, alimentata proprio da chi dovrebbe garantire il rispetto delle istituzioni. Non a caso, anche il Tribunale di Milano ha giudicato irricevibili le dichiarazioni della premier, contestandone la scarsa conoscenza degli istituti giuridici dello Stato di diritto. La vera domanda, allora, non è perché é un giudice non abbia assecondato le aspettative del governo. È perché il governo pretenda di trasformare ogni decisione sgradita in uno scontro politico, alimentando la sfiducia dei cittadini nella giustizia. Meloni ama presentarsi come la paladina della legalità e della sicurezza. Ma la legalità non è un menu dal quale scegliere soltanto le regole che fanno comodo. È accettare anche le decisioni che non piacciono, soprattutto quando provengono da un potere autonomo e indipendente. La figuraccia politica, dunque, non sta nella mancata convalida di un fermo. Sta nell’idea che una premier possa indicare pubblicamente un giudice come responsabile di una presunta sconfitta dello Stato, anziché rispettare le garanzie che rendono quello Stato democratico. E mentre la destra e i suoi megafoni mediatici gettano altro fango sulla magistratura, resta una certezza: i giudici non devono compiacere il governo. Devono applicare la legge. Anche quando il governo non gradisce il risultato. È questa la differenza tra uno Stato di diritto e uno Stato in cui il potere pretende di avere sempre ragione.
