di Sylvie Freddi
L’Italia oggi formalmente coinvolta in una guerra ibrida e a pezzi Mentre noi continuiamo la solita vita, l’Italia sta cambiando velocemente e non in meglio. Lo Stato italiano ha dichiarato il proprio coinvolgimento, quindi noi, in un contesto di guerra ibrida e a pezzi.
Tutto è nato dalla richiesta della giornalista Linda Maggiori di fare trasparenza sui movimenti di materiale bellico, nell’ambito delle sue inchieste sui traffici di armi verso Israele nel porto di Ravenna. L’Avvocatura Generale dello Stato per sostenere ragioni di sicurezza nazionale nel contenzioso sull’accesso agli atti relativi ai traffici portuali, ha richiamato il contesto di una “guerra mondiale ibrida e a pezzi”. L’espressione “guerra ibrida e a pezzi” descrive un mondo in cui i conflitti non si combattono soltanto con eserciti e armi. Nelle guerre di oggi, gli strumenti militari si intrecciano con quelli economici, tecnologici e politici, attraverso attacchi informatici, pressioni economiche, propaganda e destabilizzazione politica. Il confine tra pace e guerra diventa così sempre più sottile e le ostilità possono andare avanti senza una vera dichiarazione di guerra.
L’Italia, per la sua posizione geografica nel Mediterraneo, per la sua appartenenza alla NATO e all’Unione europea, per le sue basi americane, e per il ruolo delle sue infrastrutture logistiche, energetiche e industriali, occupa una posizione rilevante negli equilibri internazionali e negli scenari dei conflitti in atto. Ma invece di valorizzare la nostra tradizione diplomatica e il ruolo dell’Italia come ponte tra popoli e culture, ciechi e sordi assecondiamo sempre più una logica di riarmo e contrapposizione, seguendo il modello strategico americano incentrato sulla forza militare. Un modello per noi fallimentare, con una spesa pubblica ridotta all’osso e la società civile sempre più impoverita. Infatti aumentare la spesa militare non significa automaticamente costruire una difesa efficace, bisogna formare personale preparato, mantenere un esercito efficiente e stare al passo con sistemi d’arma sempre più sofisticati.
Tutto questo richiede investimenti ingenti e continui, che sottraggono risorse a bisogni fondamentali, senza per questo garantire una reale capacità di difesa. Ma noi ignari cittadini, siamo poco informati sulle reali implicazioni delle scelte di riarmo del governo Meloni. Eppure una parte dell’industria sta già riconvertendosi per accalappiare questo grande affare di morte. Poi una volta prodotte le armi, cosa ne facciamo? L’aumento della produzione delle armi viene giustificata come deterrenza e difesa. Ma una corsa al riarmo alimenterà nuove tensioni e creerà interessi economici legati alla produzione continua di sistemi bellici. Quindi le armi dovranno essere usate perché l’industria vorrà continuare a produrle. Un Paese più armato non è necessariamente un Paese più sicuro, soprattutto se si indeboliscono il welfare, la coesione sociale e gli strumenti diplomatici necessari a prevenire le guerre.
E il paradosso che qui in Italia, pur avendo rinunciato a suo tempo alle centrali nucleari, sono custodite nelle basi americane 70-80 testate nucleari – circa un terzo dell’arsenale atomico americano presente in Europa-, una quantità che potrebbe causare milioni di vittime. Questo pone altri interrogativi sul nostro ruolo negli equilibri strategici e sui rischi che ne derivano per l’intera Europa. Ahimè spirano forti questi venti di guerra, sono lontani i tempi in cui in Europa si parlava e si credeva nel disarmo. Nel novembre 2025 il generale francese Fabien Mandon, capo di Stato maggiore, dichiarò che la Francia doveva essere pronta ad “accettare di perdere i propri figli” in caso di guerra. Io non voglio perdere i miei figli in guerra e non voglio neanche che vengano formattati per diventare dei Killer.
