Cultura

L’arte di essere umani tra disvelamento, resilienza e costruzione di senso

di Roberta Cricelli

L’arte di essere umani tra disvelamento, resilienza e costruzione di senso

Donare significato ad ogni frammento di vita attingendo alla potenza catartica delle arti e alla loro sana eresia. Su questi binari si muove l’operatività culturale di Milena Manili che ha scelto di incanalare la propria sfaccettata conoscenza dell’umano in un ciclo di incontri tematici.

La studiosa ha maturato esperienza come insegnante e “antropoartista” con una laurea in Lettere e Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma e una specializzazione in Counseling e Arteterapia psicodinamica. Ha insegnato Scienze Umane nelle scuole superiori e presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro, città dove si è stabilita dal 1980 e nella quale ha coordinato numerosi progetti di inclusione sociale e formazione dei docenti. Parallelamente all’insegnamento, ha sviluppato un’intensa attività artistica e culturale, ideando il progetto di ricerca Aletheia e fondando a Catanzaro il Centro Culturale Humanities (Officina di Scienze Umane ed Articultura). Qui cura i laboratori Antrart, spazi dedicati alla crescita emotiva, al benessere relazionale e al contrasto della dipendenza digitale attraverso la creatività. Come pittrice, esprime una visione esoterico-onirica incentrata sulla “poetica del blu”, in cui elementi naturali assumono forme umane e simboliche per esplorare l’inconscio. A coronamento della sua attività di ricerca e produzione editoriale, ha pubblicato il saggio Da virale a vitale. Una riconnessione antropologica (Youcanprint, 2022).

Il primo incontro a Catanzaro e il concetto filosofico di Aletheia

Proprio a partire da questa fatica letteraria, lo scorso 9 ottobre, nel salotto della libreria Ubik di Catanzaro, l’autrice ha inteso dar forma a quello che è stato auspicabilmente il primo di sei appuntamenti, il primo dei quali focalizzato sulla natura dell’uomo come animale narrante creatore di significati esperienziali dal titolo: ALETHEIA.

«Aletheia (ἀλήθεια) deriva dal prefisso privativo a- e dalla radice del verbo lanthano (nascondere, stare celato). La verità per gli antichi greci incarna un processo dinamico: il dis-velamento o l’uscita dall’oblio/nascondimento. Un aggancio utile a evocare le riflessioni di Martin Heidegger in relazione al concetto di fenomeno (ciò che appare ai sensi) e il ragionare di Arthur Schopenhauer attorno al velo di Maya. Esistere e conoscere consentono di partecipare a una dinamica ininterrotta: squarciare l’illusione quotidiana (il Velo di Maya) attraverso un atto radicale di disvelamento (Aletheia), affinché il mondo non si limiti ad apparire ai nostri sensi ma esploda di fronte a noi come fenomeno — un evento che nell’accezione contemporanea si rivela pregnante, carico di senso e capace di trasformare il nostro sguardo sulla realtà» – spiega Milena Manili nell’offrire un frammento della propria speculazione letteraria intesa come esplorazione.

La ferita pandemica come catalizzatore e la critica alla società contemporanea

Un viaggio quello proposto, che come ha esplicitato Elisa Chiriano, docente bookblogger e conduttrice radiofonica nell’accompagnare gli spunti di Milena Manili, prende le mosse da un’esperienza dolorosa di matrice autobiografica ma non aneddotica connessa alla pandemia da Covid 19. Tuttavia, attraverso l’uso degli archetipi, chi scrive si sforza di guardare oltre l’emergenza sanitaria ed economica per focalizzare l’attenzione su un piano profondamente antropologico in termini di cambiamento e di messa a nudo del sé.

Entrando nel vivo delle sue intenzioni Milena Manili ha reso note le proprie linee guida.

«L’evento pandemico – ha osservato – si è fatto vettore di una pena corale minando la fiducia della specie umana, ripercuotendosi su ogni individuo e su ogni società, esattamente come accade di fronte alle grandi calamità naturali. Ciò ha avuto un duplice impatto: esterno  (di carattere antropologico, sociologico e filosofico) ed interiore. Il dramma dell’imprevisto, di ciò che ci colpisce all’improvviso, genera una sofferenza che non riguarda solo chi si ammala o chi perde i propri cari, ma anche chi rimane. Chi resta deve fare i conti con sé stesso, svelarsi e dare voce alle proprie inquietudini all’interno di una società spesso insensibile, priva di punti di riferimento tesa al profitto, alla  malsana competizione, all’apparenza e a relazioni virtuali drenate di autenticità. Il mio libro parte proprio da questo dramma esistenziale e dalla difficoltà dell’uomo contemporaneo di comporre la propria frammentaria interiorità. In un mondo che cambia troppo rapidamente, orfano di certezze e di valori stabili a cui aggrapparsi, siamo rimasti immersi in un lacerante vuoto interiore. Occorre sviluppare una capacità di resilienza e innescare un riscatto guidati dalla ricerca di quelle emozioni pure che la nostra epoca sembra aver smarrito».

Il lavoro interiore, i linguaggi metaforici e l’esplorazione del deserto nietzschiano

Dialogando con la platea, Milena Manili ha potuto toccare con mano l’immenso valore dei percorsi terapeutici contemporanei. Tali itinerari si rivelano preziosi non solo come strumenti di cura, ma soprattutto come processi di assunzione di consapevolezza. Troppo spesso, infatti, ci si adagia in uno stato di disagio pur di godere dei relativi vantaggi secondari — come la protezione o il sostegno familiare — impedendo così la reale e sana centratura dell’Io. Solo un Io davvero centrato e consapevole può proporsi come guida autorevole per le giovani generazioni, insegnando loro ad esternare i sentimenti in modo autoregolato e a intessere relazioni interpersonali stabili e veraci.

 Manili sottolinea inoltre il valore fortemente evocativo delle metafore che lei utilizza come linguaggio plurisensoriale, poiché rimarca come spesso una metafora possa risvegliare odori, sapori, ricordi e portarci su un altro piano linguistico, emozionale, sensoriale e di comprensione di noi stessi e del mondo. Fa propria la metafora nicciana del deserto del filosofo Friedrich Nietzsche e la esplora nella sua accezione positiva e negativa. In questo approccio, il deserto smette di essere un semplice concetto astratto per farsi esperienza vissuta e sensibile, la cui origine si radica nell’evento epocale dell’annuncio che «Dio è morto»: il crollo delle certezze metafisiche tradizionali, infatti, spoglia l’esistenza del suo senso precostituito e spalanca dinanzi all’uomo l’arida vastità dell’ignoto. È nella quarta parte di Così parlò Zarathustra che questa visione trova la sua incarnazione più vivida, a partire dall’emblematico poema Tra le figlie del deserto, in cui il monito «Il deserto cresce: guai a colui che in sé cela deserti!» svela la duplice natura di questa condizione. Nel suo risvolto cupo il deserto rimanda ad un nichilismo passivo e alla perdita di Dio, specchio dell’aridità  equiparabile a una solitudine opprimente,  a una sete inappagata e a una paralisi dello spirito. Al contempo in chiave positiva, quello stesso deserto si trasforma nello spazio indispensabile del nichilismo attivo: una tabula rasa silenziosa e purificatrice, lontana dal rumore soffocante della massa e del conformismo, in cui la morte di Dio cessa di essere un lutto per farsi promessa di libertà, risveglio dei sensi e opportunità irripetibile per plasmare autonomamente nuovi valori e una più intensa comprensione di sé e del mondo.

La mappa e il territorio: la ricerca dell’incontro con l’altro

Il celebre aforisma del filosofo e linguista Alfred Korzybski — «la mappa non è il territorio» — offre una chiave di lettura illuminante per comprendere il senso dell’esperimento proposto dall’ideatrice durante l’incontro catanzarese.

 La mappa rappresenta l’insieme delle nostre rappresentazioni mentali, dei concetti rigidi e delle categorie sociali con cui cerchiamo di orientarci; il territorio, al contrario, è la realtà vissuta, fluida, complessa e mai del tutto addomesticabile. Coinvolgendo direttamente il pubblico in un momento interattivo,  Milena Manili  ha invitato ciascuno a interrogarsi sulle ragioni che spingono a viaggiare, ponendoli di fronte a varie opzioni: la scelta tra viaggio individuale e viaggio di gruppo, la spinta verso l’evasione e la fuga opposta a quella del puro desiderio o della ricerca di un valore e di un obiettivo, fino alla disponibilità a vagare senza una meta, ad accettare il sacrificio, la rinuncia e persino il rischio.

Questa griglia di opzioni non nasceva con l’intento di incasellare le scelte dei presenti, bensì per dimostrare quanto le nostre mappe mentali siano inadeguate a contenere la ricchezza del territorio interiore. Ciò che è chiaramente emerso da questa riflessione collettiva è che le diverse motivazioni non si escludono a vicenda, ma si intersecano continuamente in un intreccio interessante. Soprattutto, è apparso evidente come l’uomo contemporaneo sia ancora alla costante ricerca di un desiderio che funga da vera molla propulsiva per le proprie decisioni. Tale ricerca si scontra tuttavia con le caratteristiche della società odierna, una realtà estremamente “franosa”.

 In un contesto così instabile, la ricerca di un epicentro, di uno scopo o persino del semplice e puro diletto si rivela un’impresa sempre più faticosa. A monte di questa complessità c’è infatti la difficoltà primaria di conoscere sé stessi e di riflesso, la fatica ad aprirsi e a predisporsi all’incontro con l’altro, inteso proprio come quel territorio sconosciuto da esplorare senza la pretesa di ridurlo alle proprie mappe preconcette.

L’opera “Morgana”, il disvelamento e la cura di sé

A condensazione di tutti i temi di questo primo incontro, Milena Manili ha presentato la sua opera di arte figurativa dal titolo Morgana, che richiama direttamente il fenomeno ottico della Fata Morgana. Questo miraggio, capace di distorcere la luce e proiettare all’orizzonte immagini alterate e sospese, diventa la metafora perfetta della superficie ingannevole e seduttiva dello scenario in cui viviamo, lungo cui la mappa (l’illusione) sfuma i confini del territorio reale.

È proprio da questa esperienza che scaturisce l’esigenza sincera di uno svelamento: in virtù del concetto greco di alētheia, siamo chiamati a sollevare il velo dell’apparenza e ad attraversare lo scenario, sondandone le profondità e diramando le sue oscurità. Sfidando le forme dei nostri limiti ed esplorando le parti più essenziali e misteriose di questo paesaggio interiore, impariamo a rispecchiarci in esso. Così, persino attraverso la paura e la sofferenza, impariamo a riemergere dalle acque torbide delle avversità della vita, prendendoci cura di noi stessi nel corpo, nella mente e nell’anima. Solo attraversando il miraggio è possibile smascherare il nostro vero sé, recuperando la nostra autenticità e tutti i suoi tesori nascosti.

Lo sguardo di Roberta Cricelli

Il percorso intrapreso da Milena Manili evidenzia la forza della narrazione autobiografica, la quale cessa di essere una mera confidenza privata per farsi rappresentazione universale della realtà. Nel campo della sociologia, questo passaggio trova il suo fondamento teorico nell’opera di Charles Wright Mills, che nel suo celebre saggio descrive l’”immaginazione sociologica” come la capacità di rintracciare lo stretto legame tra la biografia individuale e la storia collettiva. Lo studioso distingue nettamente tra i troubles (le difficoltà personali e intime che il singolo vive nella sua quotidianità) e le issues (le questioni pubbliche e le strutture sistemiche che riguardano la collettività). Quando un individuo narra la propria ferita — si pensi al trauma pandemico rielaborato da Milena Manili — la letteratura e l’arte permettono di trasfigurare quel trouble soggettivo nella rivelazione di una issue condivisa. Un esempio paradigmatico di questa operazione è l’opera della scrittrice e Premio Nobel per la Letteratura 2022 Annie Ernaux, che in capolavori come Il posto  parte dalla rievocazione intima della figura del padre e dal loro complesso rapporto per tracciare una disamina dettagliata delle fratture di classe, delle dinamiche di mobilità sociale e del senso di sradicamento culturale nell’Europa del Novecento. La letteratura autobiografica diventa così un espediente formale e sostanziale attraverso cui il vissuto individuale si rivela specchio delle strutture sociali. L’attività artistica si configura a tutti gli effetti quale atto di antropopoiesi — concetto teorizzato e approfondito da antropologi come Clifford Geertz e Francesco Remotti — intesa come la perenne e incompiuta auto-costruzione dell’essere umano attraverso i simboli, la cultura e le pratiche sociali. L’uomo non nasce “compiuto” ma “si fa uomo” plasmandosi culturalmente: dare forma ai propri universi dolorosi tramite la scrittura e l’arte significa dunque esercitare una forma attiva di antropopoiesi, trasformando la materia grezza delle vicissitudini   personali in una rinnovata progettualità umana condivisa e condivisibile, strutturata e strutturante.

Milena Manili (a sinistra) ed Elisa Chiriano durante l’appuntamento in libreria.

 La copertina del saggio firmato da Milena Manili.