di Roberta Cricelli
Nel cuore antico e silvestre della Sila Piccola catanzarese,l’arte torna a farsi materia viva e interrogazione sul mondo. Si chiude così, tra i respiri del bosco, la nona edizione di Sense, il progetto culturale ideato dal MABOS – Museo d’Arte del Bosco della Sila per mano di Mario Talarico e diretto da Elisabetta Longo: un cammino di meraviglia e partecipazione che negli anni ha saputo cucire insieme artisti, curatori, comunità e paesaggio.
A suggellare questo capitolo, la residenza d’artista dal titolo suggestivo “Come un albero a ciel sereno” ha accolto lo scultore Davide Dormino, accompagnato dallo sguardo e dal pensiero di Giorgio De Finis in veste di Visiting Curator. È in questo perimetro di sguardi che ha preso forma “Sovvertito”, un’opera monumentale svelata al pubblico dall’8 all’11 ottobre, nata non per occupare lo spazio ma per viverlo, interrogarlo, stravolgerne i confini.
Viviamo in un tempo che ha smarrito il senso delle parole, che confina la “catastrofe” nell’urgenza cieca dell’emergenza. L’arte, quando è autentica, è in grado però restituire alle cose la loro radice profonda, etimologica, fatta di katà (giù) e strophé (voltare). È un ribaltamento che non cerca scorciatoie.
«Forse l’arte può farlo proprio perché non ha l’obbligo di dare soluzioni. Una catastrofe può essere anche una rottura, qualcosa che interrompe un equilibrio e ti costringe a guardare le cose da un’altra posizione. La scultura lavora molto su questo: sposta il corpo e, insieme al corpo, può spostare anche il pensiero. Non credo che l’artista debba raccontare la fine del mondo. Mi interessa di più creare un dispositivo nel quale qualcuno possa fermarsi e chiedersi se è possibile guardare la realtà in un altro modo. Quella, per me, è già una forma di rigenerazione.» — spiega l’artista che ha realizzato opere d’arte pubblica in Italia e all’estero ed è docente di Scultura e Disegno alla RUFA (Rome University of Fine Arts).
C’è una fisicità quasi carnale nel modo in cui l’autore interroga la materia, passando dalle leghe metalliche alla nuda verità del legno. È un dialogo fatto di rispetto e resistenza:
«Il legno ti obbliga ad ascoltarlo. Con il metallo puoi avere una certa idea di controllo. Il legno invece arriva da una storia che è già cominciata prima di te. Ha i suoi nodi, le sue venature, le sue fratture. Non puoi semplicemente imporgli una forma. Quando intagli, togli. E togliere è sempre un atto definitivo. Ma mentre togli scopri anche qualcosa che non avevi previsto. L’opera, quindi, non è soltanto quello che avevo pensato prima di cominciare. È anche quello che succede mentre la faccio.» — racconta Dormino.
All’interno del MABOS, “Sovvertito” sceglie di non mimetizzarsi. Accetta la sfida dello spazio e si sdraia orizzontalmente, sfidando la vertigine verticale dei pini e degli abeti che la circondano. Diventa un corpo a terra che costringe lo sguardo a farsi umile.
«Mi piace pensare che sia una presenza che non cerca di mimetizzarsi. Nel bosco tutto tende verso l’alto. “Sovvertito”, invece, è a terra. È quasi un corpo che ha perso la propria posizione naturale. Forse proprio per questo chiede di abbassarsi, di avvicinarsi e magari quando ci si abbasserà, cambierà anche il modo in cui guardi il bosco. Non volevo semplicemente realizzare un’opera nel bosco. Volevo dar vita a un’opera costretta a confrontarsi con il bosco. E stare a terra non significa necessariamente essere sconfitti. Può voler dire anche guardare da un’altra prospettiva.» — afferma entrando nel dettaglio lo scultore.
In un’epoca in cui il potere alza la voce e la comunicazione si fa strepito, la scultura sceglie la via opposta dell’essenzialità, divenendo veicolo di quieta destabilizzazione.
«Una scultura non deve urlare per imporsi. Spesso penso che la forza sia nella sottrazione, nel lasciare uno spazio vuoto nel quale lo spettatore possa entrare con il proprio pensiero. Non mi interessa fare una scultura che suggerisca alle persone cosa devono pensare. Mi interessa creare un dispositivo che possa far entrare le persone in contatto col proprio vivere. La scultura ha poi una caratteristica magnifica: non la puoi attraversare soltanto con gli occhi. Ha un corpo, un peso, occupa il tuo stesso spazio. E quando due corpi condividono uno spazio, qualcosa succede sempre.» — chiarisce Davide Dormino.
Un’opera la sua che ha respirato il tempo, lasciata maturare in un cassetto della memoria prima di trovare il suo approdo definitivo. Perché il tempo, come ripete l’autore, è il più grande degli scultori.
«Il tempo grande scultore! Il tempo ci cambia. Quando ho pensato “Sovvertito” non ero molto diverso da oggi e anche il mondo non lo era. Lasciare un’idea per qualche anno significa permetterle di incontrare tutto quello che nel frattempo è successo. Quando sono tornato a quel progetto non volevo semplicemente realizzare quello che avevo immaginato allora. Volevo capire cosa fosse rimasto di quell’idea. Credo che sia proprio questo il senso della maturazione: non conservare un’idea intatta, ma vedere se riesce a sopravvivere al tempo trasformandosi.» — osserva Dormino.
In questo crocevia tra la terra silana e le visioni di Giorgio De Finis (antropologo, artista e
curatore indipendente , ideatore e curatore del MAAM – Museo dell’Altro e
dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia e fondatore e direttore del DiF Museo diffuso della città di
Formello), il museo all’aperto si svela per quello che è: spazio osmotico e non sterile per le relazioni.
«Giorgio ha un modo di intendere il museo che mi interessa molto: il museo non come luogo chiuso ma come possibilità di relazione. Al MABOS questa cosa diventa ancora più evidente. Non hai una parete bianca che separa l’opera dal mondo. Hai la montagna, gli alberi, il clima, gli animali, le persone. La scultura deve accettare tutto questo. L’opera è quella cosa che ho fatto io ma anche tutto quello che le succede intorno.» — specifica il creativo.
Non a caso (oltre ad impreziosire la curatela di un testo critico) la presenza di Giorgio De Finis offrirà un impulso allo sviluppo di nuove relazioni e idee progettuali per il futuro del Mabos.
Così, le residenze artistiche come Sense cessano di essere semplici luoghi di produzione per diventare avamposti di resistenza culturale, dove l’umano torna a specchiarsi nel territorio.
«Una residenza non viene pensata soltanto come un luogo dove produrre opere. Un artista che arriva in un territorio deve prima di tutto imparare ad ascoltarlo. Deve incontrare le persone, capire la storia di quel luogo, accettare anche quello che non conosce. Perciò questi luoghi possono essere importanti. Non perché siano lontani dai grandi centri ma perché possono produrre un altro tipo di centro. Una comunità nasce quando le persone hanno qualcosa da condividere. L’arte può essere una di queste cose. Forse il compito dell’artista oggi è anche questo: non occupare un territorio, ma provare ad aprire uno spazio perché quel territorio possa raccontarsi.» — riflette Davide Dormino
Tra gli alberi della Sila, “Sovvertito” lascia un segno concreto: un’opera che invita a fermarsi, a guardare le cose da un’altra angolazione e a fare i conti con gli spazi che abitiamo.
Si ringrazia l’ufficio stampa Gabriella Cantafio.

