Cultura

Tra i segni del Maestro: viaggio nel laboratorio segreto di Luigi Pirandello

di Roberta Cricelli

Una geografia del silenzio attraversa i margini della carta, delineando un confine sottile in cui il pensiero abdica alla forma solenne per farsi graffio, istinto, balbettio d’inchiostro. È il territorio in cui la materia grezza dell’uomo precede il monumento letterario, svelando l’officina intima e fragile di un genio. Uno spazio di anfratti e visioni, dove lo sguardo di Franco Eco guida la lettura dentro le stanze segrete di Luigi Pirandello.

Dal 23 luglio al 23 agosto, l’affascinante Castello di Santa Severina (KR) ospita la mostra “Pirandello disegnava”, segnando la prima tappa ufficiale della rassegna al di fuori dei contesti universitari, dopo l’anteprima esclusiva tenutasi all’Università degli Studi Roma Tre nell’ottobre del 2025. L’evento espositivo svela una preziosa collezione di opere grafiche mai viste prima, comprendente bozzetti, caricature e figurine realizzate dal celebre scrittore e futuro Nobel direttamente sui fogli dei verbali d’esame dell’antico Istituto Superiore Femminile di Magistero (l’attuale Roma Tre). Queste creazioni nacquero durante le lunghe e monotone sedute d’esame in cui Pirandello tenne le cattedre di Stilistica e Linguistica nell’arco temporale compreso tra il 1898 e il 1922.

Negli schizzi e nei “pupazzetti” pirandelliani l’immagine pare precedere il pensiero e la parola, modificando radicalmente la nostra comprensione del laboratorio mentale di un autore universalmente noto come uomo di eloquio e di scrittura.

«Questi disegni non raccontano Pirandello: lo precedono. Non sono il commento visivo di un’opera già compiuta ma il luogo in cui l’opera, per un istante, non sa ancora di essere parola. È come se il futuro Premio Nobel, prima di interrogare il mondo attraverso la letteratura, interrogasse sé stesso attraverso il segno. Qui il logos non è ancora arrivato: c’è una zona grigia tra immagine, pensiero e scrittura. È il dietro le quinte del suo teatro interiore» – afferma Franco Eco.

Dalla caricatura estemporanea alla genesi di quelle stesse maschere e tensioni psicologiche che avrebbero poi popolato i capolavori teatrali del maestro, tracciando un legame sotterraneo tra il tratto leggero e la grande drammaturgia.

«Quelli di Pirandello non sono semplici pupazzetti: sono proto-personaggi. Figure che non possiedono ancora una voce, ma hanno già un volto, una postura, una deformazione. Il teatro pirandelliano sembra nascere qui, non dal dialogo ma dalla forma dell’esperienza professionale che attraversa Pirandello: incontri accademici, sessioni d’esame, colleghi. Il termine teatro rimanda al greco theáomai, al contemplare quando la divinità si manifesta. Pirandello sembra sostare proprio in quel non-luogo dell’apparizione: prima del personaggio, prima della battuta, prima del logos» – riflette il direttore artistico.

Dagli spazi rigorosi dell’università alla magnifica cornice monumentale del Castello di Santa Severina, in Calabria, l’evento spalanca le porte alla luce, alle radici del Mezzogiorno e a una brillante intuizione politico-culturale e curatoriale. Il progetto è stato fortemente sostenuto dal Comune, grazie ai fondi della Regione Calabria (fondi PAC 2014–2020, Azione 6.8.3) e all’organizzazione curata da Fabbrica delle Arti, in sinergia con Skené Cultura e con l’Università degli Studi Roma Tre, potendo inoltre contare sul prezioso supporto logistico sul territorio della cooperativa Aristippo e della Pro Loco Siberene.

«Santa Severina è abitata storicamente da una comunità di cittadini con un altissimo senso civico e culturale, mi sembrava giusto pensare a quel luogo come prima esposizione civica del corpus pirandelliano al di fuori del contesto accademico. Non solo. A Santa Severina la mostra ha prodotto una vera serendipità, cioè una scoperta inattesa avvenuta mentre si stava cercando altro. Nei registri d’esame sui quali Pirandello disegnava, compare infatti la firma di Nicolò D’Alfonso, letterato originario di Santa Severina e suo collega al Magistero durante le interminabili sessioni di esame. È inoltre possibile che uno o due ritratti raffigurino proprio D’Alfonso. È singolare che questa relazione sia emersa proprio qui: Pirandello arriva idealmente a Santa Severina portando con sé il volto di un uomo di Santa Severina. Una coincidenza che la mostra ha trasformato in conoscenza» –evidenzia Franco Eco.

Gli stessi curatori del progetto — Giuseppe Crimi (scopritore del corpus e docente di letteratura italiana all’Università degli Studi Roma Tre), insieme alle colleghe Manuela Riosa e Monica Venturini, con la consulenza museografica di Giovanna Capitelli — e il sindaco di Santa Severina, Pietro Vigna sottolineano come questo nuovo contesto estivo e solare permetta di rileggere quei documenti da un differente e arricchente punto di vista, offrendo un’occasione unica di crescita e valorizzazione del patrimonio culturale.

Il lavoro di direzione artistica ha messo in valore quei segni marginali nati quasi per noia o per distrazione all’idea di semplice curiosità biografica, restituendo loro lo status di opere autonome in dialogo con la scrittura.

«Bisognava sottrare queste opere all’idea del semplice scarabocchio d’autore. Questi segni non sono una parentesi della scrittura: sono parte dello stesso processo creativo. La matita e la penna interrogano la medesima materia, cioè l’identità, la maschera, il volto che l’uomo assume davanti agli altri. Non abbiamo quindi esposto una curiosità biografica, ma il pensiero di Pirandello: quello che scrive senza le parole» – sottolinea l’esperto.

Tra i vari segni emersi dai documenti d’archivio tra il 1898 e il 1922, quel tratto visivo specifico cattura l’aspetto più inedito e privato del professore e dell’uomo in costante ricerca.

«Mi colpisce soprattutto il modo in cui Pirandello guarda gli altri per interrogare sé stesso e la sua letteratura. Ogni volto sembra riflettergli una domanda. Il futuro Premio Nobel non è ancora il monumento letterario che conosciamo: è un uomo che osserva, deforma al limite del grottesco, dubita. Disegnando il mondo che lo circonda, forse disegna anche le proprie maschere, la sua mimesi. È in questo spazio del dubbio che possiamo notare come la sua poetica nasce prima dalla forma» – dichiara Eco.

La mostra si chiude con una dedica intensa a Lule, un piccolo fiore appena nato, incarnando un ponte luminoso verso il domani e affidando a un gesto fragile il senso profondo del viaggio.

«La dedica a Lule porta la mostra ad un altro livello, verso il futuro, quello che ci spaventa, quel futuro in cui non ci saremo più fisicamente. Questi disegni, custoditi e presidiati negli archivi dell’Università degli Studi Roma Tre da oltre un secolo, ci ricordano che ogni grande opera nasce da un gesto fragile, da un segno incerto, fanciullesco, da qualcosa che ancora non conosce il proprio destino. Prima del Nobel, prima del teatro, prima dei personaggi, c’è una matita che cerca. Il messaggio per le nuove generazioni, e per Lule, è proprio questo: la creazione non nasce dalla certezza, ma dal coraggio di sostare nel dubbio e nella ricerca» –chiosa Franco Eco.

Guidati dallo sguardo appassionato di Franco Eco, riscopriamo un Luigi Pirandello inedito e intensamente umano, colto nella quiete dei suoi attimi di pausa e nella fucina silenziosa del pensiero. I margini di quei vecchi registri universitari cessano di essere semplici reperti d’archivio per trasformarsi nelle cartografie intime di un universo poetico in costante mutamento, capace ancora oggi di suscitare meraviglia.

Si ringrazia l’ufficio stampa: Gabriella Cantafio.