di Sylvie Freddi
In Italia come al solito prevale la logica emergenziale e finanziaria, vendere oggi per risolvere problemi immediati, senza valutare le conseguenze future.
Si continua a parlare di “sovranità energetica”, ma nei fatti si seguita a cedere pezzi strategici a gruppi stranieri. L’ultima operazione coinvolge la società statale azera SOCAR e l’acquisizione di IP, Italiana Petroli.
L’Azerbaigian non è un investitore qualsiasi. SOCAR è una società controllata direttamente dallo Stato azero, cioè uno strumento geopolitico oltre che economico.
La Italiana Petroli possiede circa 4.500 stazioni di servizio, due raffinerie italiane e, soprattutto, una parte importante della rete di distribuzione energetica nazionale. Chi controlla la filiera energetica, approvvigionamento, raffinazione e distribuzione, controlla una leva fondamentale dell’economia e della politica industriale di un Paese. Quindi dipendere da uno stato estero significa non avere margine di decisione.
In pratica, pezzi strategici dell’energia italiana finiscono nelle mani di una società controllata direttamente da uno Stato estero. Mentre altri paesi europei come Francia e Germania si tengono strette le proprie infrastrutture strategiche, l’Italia cede quote decisive del proprio sistema energetico senza una vera strategia nazionale di lungo periodo.
Naturalmente gli investimenti stranieri non sono, di per sé, un male. Possono portare capitali, occupazione e sviluppo. Ma quando riguardano settori strategici come energia, telecomunicazioni o infrastrutture, lo Stato dovrebbe chiedersi quale livello di controllo intende mantenere.
La questione non è nazionalismo economico, ma sicurezza strategica. In un mondo segnato da crisi energetiche, guerre commerciali e tensioni geopolitiche, rinunciare al controllo della produzione e della distribuzione energetica significa ridurre la propria capacità di scelta.
Malgrado la gravità di questa ennesima alienazione di un bene strategico, la vendita è passata in sordina, non c’è stato nessun dibattito pubblico, nessuna denuncia da parte della politica.
Dopo anni di privatizzazioni e dismissioni, oggi il rischio è quello di trasformare l’Italia in un semplice mercato di consumo, dipendente da decisioni prese altrove.
