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Trump contro il Papa: quando il potere perde la bussola

di Giacchino Ferdinandi

C’è qualcosa di storicamente inedito nel vedere il presidente degli Stati Uniti attaccare il Papa su Truth Social, come se stesse regolando i conti con un avversario politico di seconda fascia. Trump ha descritto il Pontefice come “debole sul fronte della criminalità” e “pessimo in politica estera”, rivendicando persino la paternità della sua elezione: “Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.”

Ma è la risposta di Leone XIV a meritare attenzione. Mentre Washington aspettava scuse che non sarebbero arrivate, il Papa era già in volo verso Algeri per un viaggio apostolico in Africa. Ai giornalisti ha detto, con calma pura e disarmante: “Io non ho paura dell’amministrazione Trump. Parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra.” Nessuna invettiva. Nessun post. Solo una semplice frase, e un aereo che vola verso i dimenticati del mondo.
Quelle parole sono l’eco di una tradizione che oggi suona più urgente che mai. È la stessa da cui nasceva, nel 1963, la Pacem in Terris di Giovanni XXIII — prima enciclica rivolta “a tutti gli uomini di buona volontà” — scritta con i missili di Cuba ancora freschi nella memoria, per affermare che la pace si costruisce con la giustizia e la dignità, non con l’equilibrio del terrore.
Leone XIV raccoglie a piene mani quella eredità, e la porta nel nostro tempo. Il suo messaggio non è astratto pacifismo: è la riaffermazione che ogni vita ha un peso morale che nessuna strategia geopolitica può cancellare. Ed è soprattutto un appello alle nuove generazioni, chiamate a non rassegnarsi alla logica del più forte. Scegliere il dialogo invece dell’invettiva, la diplomazia invece della minaccia, non è ingenuità: è la forma più alta di coraggio politico. La pace, ripete Leone, non è un’utopia, ma una scelta da compiere ogni giorno.