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Il Board of Peace della vergogna: la pace trasformata in affare sul sangue dei gazawi

di Pippo Gallelli

L’idea che la pace possa essere amministrata da un board – con tanto di statuto, gerarchie, ammissioni ed espulsioni decise dall’alto – è la fotografia perfetta della deriva attuale: non più il diritto internazionale come spazio comune, ma un club selettivo dove chi comanda decide chi esiste e chi no.

Il promotore è Donald Trump, già protagonista di una sistematica demolizione dell’architettura multilaterale costruita dopo il 1945. Con il Board of Peace si compie un salto ulteriore: non si svuotano solo le istituzioni internazionali, le si aggira. Si costruisce un organismo parallelo, verticale, personalistico, dove l’ultima parola non è della comunità internazionale ma del leader di turno.

È stato osceno assistere alla congrega di autocrati, governi discutibili e opportunisti vari riuniti a Washington come se si trattasse di un forum economico qualsiasi. Stretti di mano, sorrisi, dichiarazioni solenni. Fuori, intanto, macerie e fosse comuni.

E tra i presenti spuntava anche il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Che cosa c’entrava il capo del calcio mondiale in un consesso che pretende di decidere il destino di un popolo sotto le bombe? La pace trasformata in evento mediatico, in passerella globale, in summit da fotografare. Quando il dolore diventa cornice per il branding istituzionale, si è già oltre la linea del pudore.

La contraddizione più scandalosa? I palestinesi non partecipano in alcun modo. Si discute del loro destino senza di loro. Si pianifica la “pace” sopra le loro teste. Si decide chi governa, chi amministra, chi ricostruisce – mentre il popolo direttamente colpito è ridotto a oggetto di trattativa. È la negazione stessa del principio di autodeterminazione.

E l’Italia? L’Italia c’è. Non al massimo livello, ma c’è. Il governo ha scelto di presentarsi come osservatore, mandando il ministro degli Esteri Antonio Tajani al posto della premier Giorgia Meloni. Una presenza “a metà”, formalmente prudente, politicamente complice.

Osservatori di cosa? Di un organismo che concentra potere in modo autocratico? Di un meccanismo che si sovrappone alle Nazioni Unite invece di rafforzarle? Partecipare, anche solo come osservatori, significa legittimare. Significa offrire una foglia di fico europea a un progetto che nasce fuori dal perimetro del multilateralismo.

Ferisce ancor di più la partecipazione, seppur divisa e incerta, dell’Unione Europea. L’Europa, che dovrebbe essere custode del diritto internazionale, appare ancora una volta tentennante, frammentata, incapace di una linea chiara. Invece di rafforzare l’Onu e la Corte penale internazionale, si presta a un esperimento politico che sa di restaurazione imperiale.

In questo scenario pesa come un macigno la posizione contraria del Vaticano. La Santa Sede ha espresso una linea netta: la pace non può essere il prodotto di un direttorio politico, né può prescindere dalla giustizia e dal riconoscimento dei diritti fondamentali. È un richiamo morale che stride con il cinismo delle diplomazie.

Il punto è semplice: o si sta dalla parte di un ordine internazionale fondato su regole condivise, o si accetta la logica del “diritto della forza”. Il Board of Peace incarna la seconda. È la formalizzazione di un mondo in cui chi ha più potere detta le condizioni e gli altri si adeguano.

La nostra Costituzione, all’articolo 11, consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni. Qui la parità non c’è. E la giustizia, men che meno. C’è un vertice dominante e una platea subordinata. C’è un’agenda politica che non nasce da un processo inclusivo, ma da un’iniziativa personale.

Un giorno, forse, la storia chiederà conto di queste scelte. Chiederà perché, di fronte a un organismo che esclude il popolo direttamente coinvolto nel conflitto, l’Italia abbia deciso di esserci comunque. Chiederà perché l’Europa non abbia saputo dire un no netto. Chiederà perché la parola “pace” sia stata piegata a operazione di marketing geopolitico.

La pace vera non nasce nei board. Nasce dal riconoscimento reciproco, dalla legalità internazionale, dal rispetto dei diritti umani. Tutto il resto è gestione del potere. E chiamarla pace non la rende meno vergognosa.