di Roberta Cricelli
Ci sono violenze che non lasciano lividi sulla pelle, ma scavano dentro. Feriscono silenziosamente, intaccano la dignità, lasciano cicatrici che nessuno vede ma che continuano a farsi sentire. È da questa consapevolezza che nasce “Senza Consenso – Violenza di genere in rete”, l’incontro ospitato il 4 ottobre al Polivalente Maurizio Rossi di Catanzaro, promosso dal Collettivo Aurora insieme al movimento Dibattiti Liberi di Francesca Labonia e Antonella Bevacqua.
A condurre il dialogo, con energia e delicatezza, Vulcania, artista e insegnante, voce potente del Collettivo Aurora. Accanto a lei, la docente e attivista Alessandra Liccardo. Insieme, hanno aperto uno spazio di confronto sincero, un cerchio di parole in cui guardare in faccia la violenza che si insinua tra le pieghe del web e dei linguaggi quotidiani.
Il Collettivo Aurora: una lotta che nasce dalla memoria
Il Collettivo Aurora è una realtà giovane, ma già carica di significati profondi. Porta il nome di Aurora Tila, la più giovane vittima di femminicidio del 2024, una vita spezzata troppo presto, diventata simbolo di tutte le donne che la violenza maschile ha cercato di cancellare. Insieme a lei, nel ricordo, anche Cinzia Pinna ed Elisabetta Polcino.
Il collettivo, nato nel cuore di Catanzaro, è uno spazio di lotta e di cura. Le sue componenti non si limitano a denunciare, ma costruiscono quotidianamente spazi di libertà, dove autodeterminazione e sorellanza diventano atti politici. L’impegno del gruppo si estende anche oltre i confini geografici, abbracciando le battaglie delle donne palestinesi e di tutte le soggettività oppresse.
Dalla rete la violenza corre veloce
La serata è iniziata con un video realizzato da Doriana Righini, membro del collettivo, che ha condensato immagini e parole potenti: la misoginia digitale, la cultura dello sbeffeggio e della colpevolizzazione, la facilità con cui l’odio trova spazio e voce in rete.
Tra i riferimenti, anche la miniserie Netflix “Adolescence”, che ha riportato al centro del dibattito il fenomeno inquietante della “manosfera”, quell’universo online popolato da comunità maschili radicalizzate, che trasformano la frustrazione in disprezzo verso le donne.
L’arcipelago della misoginia secondo Giovanna Vingelli
A raccontare e decifrare questo mondo è stata Giovanna Vingelli, direttrice del Centro Women’s Studies “Milly Villa” dell’Università della Calabria. Con parole chiare e ferme, ha descritto la “manosfera” come un arcipelago ideologico, popolato da gruppi apparentemente diversi ma uniti da un filo comune: il rancore verso le donne.
Dai Men’s Rights Activists, che sminuiscono la violenza di genere, ai Men Going Their Own Way, che scelgono di isolarsi per paura delle relazioni, fino ai Pick-Up Artists, manipolatori delle emozioni, e agli Incel, uomini che trasformano la solitudine in odio. Tutti diversi, ma mossi dalla stessa logica: riaffermare un potere maschile che si sente minacciato.
Vingelli ha mostrato quanto questi gruppi siano abili nel imitare e distorcere il linguaggio femminista, piegandolo ai propri scopi, persino inventando parole come “maschicidio” per negare la realtà della violenza che le donne subiscono ogni giorno.
La voce di Dalia Aly: una ferita trasformata in forza
Il momento più intenso è arrivato con la testimonianza di Dalia Aly, attrice e attivista. Con voce ferma ma commossa, ha raccontato come, a soli quindici anni, la sua intimità sia stata violata: immagini private diffuse senza consenso, una ferita profonda che ha cambiato per sempre la percezione di sé.
«Per superare tutto questo serve un privilegio emotivo – ha detto – servono reti di sostegno, contesti che accolgano. Ma non tutte hanno queste risorse». Dalia ha citato piattaforme come “Mia Moglie” e “Ficha.eu”, dove la violenza digitale si consuma ogni giorno, invisibile e impunita. E ha ricordato che la colpa non è mai della vittima, ma di un sistema che normalizza l’abuso e protegge chi lo commette.
Dialogo, consapevolezza e azione
Il pubblico ha partecipato con domande, riflessioni, silenzi carichi di ascolto. Si è parlato di vuoti normativi, di responsabilità politiche, ma soprattutto della necessità di cambiare la cultura che rende la violenza possibile. È emersa una convinzione profonda: il patriarcato non muore, si trasforma, e ogni volta si insinua in nuove forme, più subdole, più difficili da riconoscere.
A fine serata, il Collettivo Aurora ha distribuito questionari anonimi per raccogliere sensazioni e pensieri: un modo per misurare la consapevolezza, ma anche per capire come continuare insieme, con più forza e più voce.
Il cammino continua
Il giorno successivo, il 5 ottobre, il confronto è proseguito a Soverato (CZ), segno che la voglia di discutere, capire e cambiare è più viva che mai.
Senza Consenso non è stato solo un evento: è stato un atto di resistenza collettiva. Una mano tesa verso chi ha vissuto la violenza, un invito a non voltarsi dall’altra parte. Perché la violenza, anche quella che non si vede, può essere riconosciuta, raccontata, combattuta insieme.
In foto di copertina da sx Alessandra Liccardo, Giovanna Vingelli, Dalia Aly, Vulcania
