di Pippo Gallelli
Bella ciao non può essere trascinata e avvelenata nel vortice di odio che ha portato all’omicidio di Charlie Kirk. Sulle cartucce non sparate dell’attentatore è stata trovata la scritta «Oh bella ciao, bella ciao», ma ridurre quel canto universale a una firma ideologica è un errore grave. Nato come inno di libertà e resistenza al fascismo, nel tempo è diventato simbolo di lotta contro ogni forma di intolleranza.
Negli ultimi decenni il brano ha conosciuto una diffusione planetaria, sospinto dalla cultura pop. La serie Netflix La casa di carta lo ha trasformato in un richiamo alla rivolta; celebri DJ come Hardwell e Steve Aoki ne hanno firmato remix da centinaia di milioni di visualizzazioni; videogiochi come Far Cry 6 e Call of Duty: Warzone lo hanno inserito come colonna sonora di ribellioni immaginarie o momenti virali online.
È in questo contesto che Tyler Robinson, il 22enne accusato dell’assassinio, sembra averne assorbito il richiamo. Le scritte sulle altre cartucce – citazioni goliardiche, riferimenti a meme, satire videoludiche del fascismo – raccontano più un immaginario giovanile caotico che non una militanza politica precisa.
Eppure, la tentazione di piegare il fatto a una lettura ideologica è arrivata subito. Il governatore dello Utah Spencer Cox ha parlato di «omicidio politico». Donald Trump ha accusato i “pazzoidi di estrema sinistra”. Ma Bella ciao non appartiene a un campo o a un partito: è diventata patrimonio collettivo.
Lo dimostrano i suoi usi negli anni. L’hanno cantata i curdi siriani contro l’ISIS, le attiviste iraniane dopo la morte di Mahsa Amini, i manifestanti turchi contro Erdoğan. Nel 2024 ha risuonato perfino a Strasburgo, intonata da eurodeputati Verdi e di Sinistra contro Viktor Orbán, e nei cori da stadio ha celebrato calciatori come Luis Díaz. Sempre e ovunque è rimasta legata a un’idea: ribellarsi all’oppressione.
Un canto che unisce, che attraversa confini ed epoche, e che per questo non può essere ridotto a slogan da sparatutto o strumentalizzato per dividere. Tentare di infangarlo significa colpire un patrimonio collettivo.
Per questo bisogna dirlo con forza: giù le mani da Bella ciao. Non è l’inno dell’odio, non è l’eco di una violenza politica. È il canto di chi sceglie la libertà.
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