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Breaking the Silence

Rompere il silenzio, questo è l’obiettivo della ONG israeliana fondata nel 2004 da ex combattenti dell’IDF, Forze di Difesa Israeliane. Breaking the Silence raccoglie le testimonianze dei soldati, uomini e donne, in missione nei territori occupati e in Libano. Testimonianze coraggiose, spesso date in anonimato, per raccontare la cruda realtà delle loro azioni quotidiane che coinvolgono la popolazione civile palestinese.

Breaking the Silence è quindi una ONG molto importante, mostra il lato empatico, sensibile e moderno di una parte della popolazione israeliana, che cerca di uscire fuori da questa spirale di violenza che da anni non porta a nulla di fatto, se non a migliaia di morti e a un insostenibile muro di odio e di paura.

Ma com’è possibile che il governo di Israele, a capo di uno stato così avanzato culturalmente e tecnologicamente, che vanta tra le migliori università al mondo, possa essere così antiquato nelle sue scelte politiche? Come è possibile che solo una piccola parte della sua società contesti queste scelte? E’ forse in corso da tempo un processo di dissociazione di massa?

Tutti gli israeliani devono fare un durissimo servizio militare, tre anni per uomini e due per le donne. I ragazzi crescono con il fucile in mano e la certezza che i nemici sono i loro vicini e che i Territori Occupati siano loro per diritto. I giovani israeliani si formano quindi dissociati dalle società arabe che li circondano, l’empatia verso ‘l’altro’ è ridotta ai minimi termini. Tale dissociazione altera la percezione dell’ambiente e separa l’idea dell’altro dal suo significato emotivo e affettivo.

Fortunatamente, come testimonia l’ONG Breaking the Silence, all’interno della società Israeliana, c’è chi è disposto a mettersi in discussione e a cercare di ragionare in maniera differente. Ma purtroppo, oggi, la politica del governo di Israele è in mano all’estrema destra, che, in seguito al terribile attacco di Hamas, ha preso e continua a prendere decisioni gravissime, e ad agire totalmente scollata dalla realtà.

L’offensiva terribile, irrimediabile e alquanto inutile, decisa dal governo di Israele, non potrà trovare soluzioni di pace a lungo termine e forse neanche a breve, visto gli esagerati ‘danni collaterali’ e le numerose accuse di violazione dei diritti umani da parte della comunità internazionale. Una comunità che vorrebbe vedere applicato il diritto al riconoscimento di uno stato della Palestina tanto quanto quello di Israele.

Ma quale pensiero, quale tattica militare e politica si cela dietro questo attacco? L’ONG Breaking the Silence ne è certa: l’esercito sta seguendo la Dottrina Dahiya, dottrina usata in operazioni precedenti.

Qui un estratto dalla pagina FB dell’ONG:

La dottrina Dahiya è stata formulata intorno alla guerra del Libano del 2006. Il suo principio principale era: attacchi sproporzionati, inclusi contro strutture e infrastrutture *civili*….
I pesanti bombardamenti nella guerra del Libano del 2006 non hanno spazzato via Hezbollah né neutralizzato le capacità militari, né avrebbero dovuto farlo. Erano fatti per creare deterrenza. Da allora, Hezbollah è diventato più forte e ora spara quotidianamente contro i civili nel nord di Israele…
Israele ha anche usato questa dottrina durante l’ultima invasione terrestre di Gaza nel 2014. Dopo la guerra, i residenti di Gaza sono tornati nei quartieri rasi al suolo…Questa dottrina è basata sull’idea di “round” di combattimento, come vengono chiamati in Israele. Non deve essere decisivo, ma rimandare e scoraggiare il prossimo, inevitabile, round. Sembra che il nostro governo stia scegliendo di ripetere, seppur con maggiore intensità, ciò che ha fatto senza successo nei round precedenti.
…Decine di migliaia di case a Gaza sono state distrutte o danneggiate. Interi quartieri sono stati cancellati dalla mappa. Perché sotto la Dottrina Dahiya, il metodo è semplice: la potenza di fuoco *deve* essere usata in modo sproporzionato… spingendo la sicurezza a lungo termine più lontano dalla portata a favore di un senso di calma a breve termine. E comunque resta la domanda: come sarà il giorno dopo la guerra? Come farà il nostro governo a garantirci sicurezza e sicurezza a tutti?…

Una cosa è certa: la risposta deve tenere conto di un futuro libero e sicuro per tutti – cittadini israeliani, residenti a Gaza, e sì, anche residenti in Cisgiordania. Altrimenti, la prossima guerra è solo questione di tempo.

https://www.breakingthesilence.org.il

https://www.facebook.com/BreakingTheSilenceIsrael

La nostra cruda logica Testimonianze di soldati israeliani dai Territori occupati
Donzelli Editore