Società

I giovani italiani non hanno rinunciato all’Italia: chiedono un Paese che sappia valorizzarli

di Giacchino Ferdinandi

Per anni, la fuga dei giovani italiani all’estero è stata raccontata soprattutto come una sconfitta: laureati costretti a partire, talenti che cercano altrove opportunità migliori, genitori che vedono i propri figli costruirsi un futuro lontano dal Paese in cui sono cresciuti. Ma il nuovo rapporto del CNEL “Giovani expat: come farli tornare” introduce un elemento tutt’altro che scontato: una larga maggioranza di quei giovani non ha mai chiuso definitivamente la porta all’Italia.

L’indagine, presentata il 7 settembre, ha raccolto oltre 2.500 risposte di italiani tra i 18 e i 34 anni residenti all’estero. Il dato più significativo è che l’83% considera un aumento consistente delle retribuzioni una condizione estremamente rilevante per tornare. Il 79% indica, inoltre, il maggiore riconoscimento del merito. Il 93% degli intervistati è laureato e il 58% è partito subito dopo gli studi, senza avere mai lavorato in Italia. Sono numeri chiari, che raccontano soprattutto di una generazione non disinteressata al proprio Paese, ma piuttosto alla ricerca di condizioni nelle quali competenze, impegno e preparazione possano tradursi in una prospettiva professionale concreta. Non è, dunque, soltanto una questione di “cervelli in fuga”: è una questione di attrattività dell’Italia. Il problema, infatti, ha dimensioni economiche e demografiche considerevoli; secondo il CNEL, tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio dei giovani tra 18 e 34 anni è stato negativo per 441 mila unità. Il valore del capitale umano uscito dal Paese nello stesso periodo è stimato in 159,5 miliardi di euro, circa 16 miliardi l’anno considerando i trend più recenti. La domanda che emerge dal rapporto, allora, è soprattutto politica: come rendere l’Italia un Paese nel quale un giovane qualificato abbia convenienza a restare o a tornare? La risposta non può esaurirsi nell’assistenza. Servono salari più competitivi, certo, ma anche imprese capaci di investire sulle competenze, percorsi di carriera trasparenti, meno burocrazia e una cultura del lavoro nella quale il merito conti davvero. Non a caso, tra le ragioni indicate dagli expat per la partenza, compaiono proprio le basse retribuzioni, la burocrazia e il clientelismo o le raccomandazioni. È qui che la questione dei giovani diventa una questione nazionale. Un Paese che forma professionisti e poi li perde all’estero sostiene i costi della loro formazione senza riuscire a raccoglierne poi i benefici. Al contrario, riuscire a trattenerli o convincerli a tornare significa rafforzare imprese, università, innovazione e famiglie. Il dato più incoraggiante del rapporto CNEL, dunque, è forse proprio quello che rischia di passare inosservato: l’Italia non è necessariamente un Paese dal quale i giovani vogliono scappare; può diventare un Paese nel quale scelgono di tornare. La sfida della politica e del sistema produttivo è allora trasformare questa disponibilità in una possibilità concreta. Per farlo non servono slogan, ma condizioni: lavoro qualificato, stipendi adeguati e soprattutto un sistema nel quale chi studia, si impegna e acquisisce competenze possa vedere riconosciuto il proprio valore. Perché trattenere i giovani non significa convincerli a restare a qualsiasi costo: significa costruire un’Italia nella quale restare sia una scelta, non una rinuncia.