Società

“Da soli non ce la facciamo”: la frase che dovrebbe fermare tutti

di Pippo Gallelli

Ci sono frasi che restano, non perché scritte bene, ma perché pronunciate nel momento più disperato che un essere umano possa vivere. “Da soli non ce la facciamo” l’hanno lasciata scritta Luca e Valentina, a Roma nel quartiere Pietralata, poco prima di togliere la vita alla figlia Bianca, di appena cinque anni, a se stessi, persino al cane di famiglia. Non è la frase di chi ha smesso di amare, ma di un amore arrivato al punto di rottura, schiacciato dal peso di una solitudine che nessuno è riuscito a intercettare in tempo.

Sarebbe comodo archiviare questa storia nella cronaca nera, un dramma privato consumato dietro una porta chiusa. Ma quella porta dice qualcosa che riguarda tutti: una famiglia seguita dai servizi sociali, conosciuta dal municipio, può comunque arrivare a sentirsi sola fino all’irreparabile. Ed è una sconfitta collettiva — dei servizi, della comunità dei vicini che vedevano Luca e Valentina uniti, con Bianca, senza coglierne il logorio quotidiano, e soprattutto di una politica che confonde spesso la propria funzione con la propria visibilità.

Il caregiver familiare in Italia resta largamente invisibile: pochi congedi reali, poco sollievo domiciliare, un welfare che interviene quando la crisi è già esplosa, raramente prima. Una notizia come questa dovrebbe aprire un dibattito serio nei media, interrogare chi governa e chi informa su cosa manchi davvero a chi assiste un figlio fragile senza tregua. Invece, troppo spesso, a prevalere è altro: l’ego di chi cerca visibilità sul dramma altrui, la forza di chi urla più forte nel dibattito pubblico, la rincorsa al tema del giorno buono per un titolo. Non la sostanza, non le domande scomode, non il tempo necessario per capire e cambiare qualcosa.

Le parole caute del Municipio meritano rispetto: non è il momento dei giudizi facili. Ma il silenzio doveroso di oggi non può diventare l’oblio di domani. Quella frase, “da soli non ce la facciamo”, non è rivolta solo ai servizi sociali di un quartiere romano. È rivolta a tutti noi — e continuerà a interrogare le coscienze finché qualcuno non deciderà davvero di ascoltarla, invece di limitarsi a commentarla.