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Al via il FLO.RE. Festival dedicato all’acqua

Dal 5 al 29 giugno a Firenze torna il FLO.RE. Festival, la rassegna che intreccia musicamemoria e patrimonio culturale in dialogo con i luoghi simbolo della città.
La XII edizione, intitolata “Voci d’Acqua”, dedica il proprio percorso al tema dell’acqua come elemento vitale, simbolico e storico, attraverso concerti, incontri e progetti interdisciplinari ospitati in musei, biblioteche e spazi monumentali fiorentini.
Diretto artisticamente da Gregorio Nardi e guidato da Simone Paiano alla direzione generale, il festival propone un programma che mette in relazione musica colta, riflessione contemporanea e valorizzazione del territorio. Abbiamo intervistato Gregorio Nardi per saperne di più su questa edizione

Dopo il tema dell’albero nell’edizione 2025, quest’anno avete scelto l’acqua. Perché era importante proseguire questo percorso simbolico e umano proprio attraverso “Voci d’Acqua”?
È il secondo passo di un viaggio che vorremmo assai lungo. Da quando il FloreFestival, che in forme diverse già esisteva da un quindicennio, ha intrapreso il dialogo fra natura e musica, scopriamo sempre nuovi impulsi a sollecitarci, a guidarci. Certo, l’acqua era un tema che non poteva aspettare: sia perché si tratta dell’emergenza primaria per l’equilibrio della vita sul nostro pianeta; sia perché è stata ispirazione di artisti per secoli. E soprattutto di musicisti: immagina i canti dei marinai o degli sciamani che invocavano un mare propizio. E le melodie erano parte indivisibile della poesia greca: hanno cantato il mare di Omero e di Apollonio, la tempesta di Alceo e la pioggia di Saffo.
In realtà, ingenuamente, dapprima avevo pensato che la nuova stagione sarebbe stata diversissima dalla prima: di contro all’infinita varietà degli alberi, adesso avremmo evocato il moto uniforme e omogeneo dell’elemento Acqua. Nulla di più sbagliato. La musica ha presto svelato l’equivoco, spaziando sui mari, i fiumi, i laghi, la pioggia, persino le lacrime, e cento e mille modi di conoscerli e interpretarli. E ciò avviene perché l’acqua che scorre è la più efficace metafora del tempo che passa, della memoria, dell’attesa: che sono i capisaldi del pensare e sentire musicale.

– L’acqua dunque come “presenza strutturale” del festival. In che modo questo elemento attraversa concretamente il repertorio, il suono e la costruzione stessa dei concerti?
Vorrei evitarti una lista senza fine. Pensa, però, che ogni forma di vita sociale si è sviluppata vicino a una pur minuscola presenza dell’acqua. E dunque cantare l’amore, i viaggi, la solitudine, le belle speranze e quelle perdute, tutto quel che si agita nel nostro animo può trovare posto nei pressi di una sorgente, una fonte, un lago. Quanti ruscelli e fontane in Schubert, Fauré, Ysaÿe, Respighi! Per altri, il fiume diviene il simbolo culturale della propria patria: il Reno di Schumann, la Moldava di Smetana, il Tago dei Madredeus, il Volga di una celebre canzone popolare. Vuoi che ti dica della pioggia? Debussy, certo, e Brahms, Reger, Prokof’ev, Medtner… ma il vero tesoro in questo campo sono le canzoni che, perché no, anche noi musicisti classici amiamo: Modugno, Prévert, Nacio Herb Brown, i Supertramp, Prince, Macario, Pino Daniele, Eric Clapton, i Who… e i miei preferiti, Burt Bacharach e Jobim. Ma, per rispondere precisamente alla tua domanda, voglio ricordare un’immagine cara a mio nonno, il mio maestro, Rio Nardi: diceva che un musicista è uno scultore di fili di fumo. Crea un capolavoro, ma solo per un breve istante. Subito dopo, tutto è svanito e resta solo una vaga memoria. Ora so che in modo analogo avrebbe potuto dire che siamo scultori con l’acqua. Quel che conta è che mai e poi mai si dovrebbe voler fissare un’unica definitiva interpretazione. La nostra dovrebbe essere un’arte fiera di essere effimera, liquida. È importante che vi si possa riconoscere una struttura, un criterio stilistico, un’intima sistematicità. Lo stupore, però, dovrebbe nascere dall’imprevedibile mutevolezza, dallo strenuo tentativo di modellare una corrente fluida: fragile e fugace com’è la nostra vita, struggente come il nostro destino, rapida e volteggiante come i nostri pensieri.

In questa edizione si troverà un momento di memoria: quella dell’alluvione del 1966…
Alla scelta del tema dell’acqua, in questo 2026, non è estraneo il sessantesimo anniversario dell’Alluvione di Firenze. Era una scelta obbligata soprattutto per me, che sono nipote del sindaco dell’alluvione, Piero Bargellini; e del nonno conservo l’archivio e lo Studio, da vent’anni divenuto Casa della Memoria. E proprio dalle sue carte emergono centinaia di lettere di cittadini che descrivono una tragica condizione, e chiedono aiuto al loro sindaco. In anni recenti abbiamo avuto un rappresentante che alle richieste dei cittadini rispondeva con le querele. A quel tempo, invece, il dialogo col sindaco era facile e possibile senza intermediari. “Gentile Signor Sindaco” scrive uno di loro, “come da accordi presi sull’autobus numero 14” eccetera. Dove vuoi che s’incontrasse il sindaco? Sull’autobus, come qualsiasi altro cittadino. Una delle conferenze sarà dunque dedicata alla furia distruttrice del fiume: Annegret Hoehler, curatrice dello Studio di Bargellini, imbastirà una narrazione a partire da questi splendidi documenti, che rappresentano una sorta di autobiografia dei fiorentini. Subito dopo, Maddalena Poli parlerà dell’antica poesia cinese ritrovata negli scavi archeologici, scritta su bambù e oggi conservata immersa nell’acqua: la potenza conservatrice di questo formidabile elemento.

Nel programma convivono musica, letteratura, storia, arti visive e riflessione scientifica. Quanto è importante oggi costruire dialoghi tra linguaggi diversi?
Mi pongo quotidianamente la domanda, a volte con grande speranza, a volta con cupo pessimismo. Possibile che la musica non sia più un linguaggio capace di parlare al pubblico senza ricorrere all’intercessione di altri linguaggi? Un allievo di Beethoven o di Liszt, un grande direttore nella prima metà del Novecento, un cantante nell’epoca d’oro della lirica, prendevano decisioni, creavano una complessa traiettoria di significati, e la qualità del loro pensiero veniva generalmente riconosciuta e compresa dal pubblico e dai colleghi. Una scelta audace muoveva la curiosità di chi aveva già ascoltato cento volte quel brano, ma eseguito differentemente. Un sussurro, un gesto, una formalità, erano forme di comunicazione, non manierismi leziosi. Adesso sembra che solo lo scuotimento delle chiome, lo svolazzare delle mani, il mimare coinvolgimento ed estasi (senza alcun riscontro nel risultato musicale) siano gli unici modi di toccare la sensibilità di un uditorio che ha dimenticato la facoltà di udire. D’altronde, è bello scoprire le affinità fra la retorica dei colori o delle parole e quella dei suoni. E – quel che più conta – ci sono infinite sfumature di pensiero che ci sfuggirebbero, ma che la musica può sottolineare, raccontare, dipingere. Se dico Mare o Fiume, indico temi concreti, identificabili, oggettivi, affrontabili col raziocinio. Se però quegli stessi vengono evocati dalla musica, allora ci appare l’intimo sentire del musicista, del poeta, le infinite sensazioni, il miracolo di un istante fissato per l’eternità. 

Firenze, con i suoi musei, le biblioteche e i suoi spazi storici, sembra diventare parte integrante della narrazione del festival. Che rapporto volete creare tra musica e città? Ogni luogo scelto sembra avere una precisa identità simbolica ed emotiva. Come nasce il dialogo tra gli spazi e i concerti che ospitano?
Il nostro sogno è di creare un dialogo ogni volta più stretto coi capolavori fiorentini: non per una sorta di facile campanilismo – che Firenze è bella, penso sia un messaggio che ha ormai raggiunto quasi tutti nel mondo – ma perché temo che il pubblico sia assuefatto alla quiete delle mediocri virtù, e si accontenti di poco, il solito capolavoro suonato alla solita maniera, da tenere come sottofondo nelle cuffie mentre svolgi un noioso compito quotidiano. Nel qual caso preferisco di gran lunga il violinista zingaro che in piazza Santa Croce da anni si abbandona alle più fantasiose evoluzioni, sempre diverse e sempre vitali. A Firenze, però, l’eccellenza assoluta è di casa. Il dialogo s’instaura non con un grazioso pergolato, il sagrato di una chiesina, il chioccolio di una fontanella. Firenze non è pittoresca: è spietata. Alle tue spalle hai Michelangelo e Donatello. Alle pareti ci sono Giotto e Andrea del Sarto. La sala che ti ospita è progettata da Brunelleschi o dall’Alberti. Quel tavolino e quel crocefisso sono stati disegnati da Baldassarre Peruzzi e dal Pollaiolo. Se lì davanti trovi un’orchestrina svogliata e il batti-solfa che propone ai turisti distratti una lettura scontata o addirittura sciatta del solito Vivaldi, è inevitabile che la diversità dei due livelli risulti evidente. Proprio così: vorrei che la musica traesse ispirazione da tanto genio, smettesse di essere piacevole, di servire da distrazione per un’oretta svagata, e sfidasse il suo pubblico come hanno fatto i giganti del passato. Altrimenti varrà quanto una stampina francese appesa in corridoio.

Accanto a interpreti di fama internazionale avete dato molto spazio alle nuove generazioni. La rassegna “L’Italia che Emerge” racconta una scena musicale giovane e internazionale. Che cosa vede oggi nei nuovi interpreti?
Lascia ch’io mi soffermi sulla prima parte della tua affermazione: interpreti di fama internazionale, già, ma non prodotti in serie dal grande management. Meravigliosi interpreti come Thérèse Diette o Egidius Streiff non si ascoltano nelle programmazioni tutte uguali delle tipiche società di concerto. Li ho ammirati con stupore durante i miei itinerari europei e abbiamo fatto tutto il possibile per invitarli. La mia grande fortuna è che al mio fianco ho i fondatori del festival, Stefania Di Blasio e Simone Paiano, persino più audaci e curiosi di me; e senz’altro più capaci nel tenere le redini dell’organizzazione. Sono loro che s’impegnano a riconoscere i nuovi talenti, da perfetti talent scout quali sono. Ai giovani musicisti si aprono due vie possibili: inseguire i cliché risaputi, riconoscibili, e assomigliare così ai tanti che percorrono le vie della musica, acriticamente; oppure interrogarsi, affrontare i propri limiti, avventurarsi su sentieri insicuri. Non tutti sono geni, ma ognuno di loro può offrire un punto di vista – un punto d’ascolto! – inedito, inatteso. E con questo potrei ricollegarmi a quanto dicevo poc’anzi sul confronto coi grandi geni del passato.

Tra gli appuntamenti più originali c’è quello dedicato a Danilo Donati e all’universo cinematografico di Fellini, Visconti, Pasolini e Zeffirelli. Come nasce questo progetto interdisciplinare?
Un’artista di video che conosco e ammiro da tanti anni, la fiorentina Veronica Citi – che è anche un’insegnante esemplare – aveva raccolto tantissimo materiale intorno a Donati, del quale quest’anno ricorre il centenario.  Veronica sperava di intraprendere un lungo progetto, ma naturalmente i finanziamenti sono andati ai soliti mestieranti, e nulla le è stato destinato. Quel che stava realizzando era troppo bello perché lo lasciassimo cadere. Ed ecco un bell’esempio di convivenza di arti diverse. Alla Fondazione Zeffirelli si sono entusiasmati per il progetto: non si finisce mai di approfondire il genio di Donati, le sue splendide scenografie e i costumi. Mostreremo il filmato e tante fotografie, e vi sarà musica dedicata al mondo del circo – un breve programma che suonerò io – e il trio Lucchetta, Martignon, Sfriso dai quali ascolteremo alcuni brani rari di Nino Rota. E, soprattutto, ci sarà il racconto di Maria Alberti, che ci guiderà attraverso la storia di un irripetibile universo creativo.

“Voci d’Acqua” è anche un invito ad ascoltare ciò che scorre dentro una città e dentro le persone. Che cosa spera resti al pubblico dopo questa edizione?
Banalmente, vorrei che le persone non si fermassero all’evento artistico, ma tornando a casa da ogni concerto, invece di fissare il lastricato sempre più sconnesso, invece di evitare le torme di turisti maleducati, invece di ignorare la puzza di grasso dei cibifici dozzinali e le stecche di vanesi cantanti di strada e chitarristi con l’altoparlante, invece di controllare guardinghi che l’esercito di ubriachi notturni e borsaioli diurni non si stia troppo avvicinando, invece che chiudersi in sé per sopravvivere a tutto ciò… vorrei lasciassero risuonare dentro gli echi della natura, e nella fantasia si muovessero in un mondo non fatto di soli umani ma soprattutto di vento, di acque marine e fluviali, di ronzii e scricchiolii, di grandi tronchi e morbida borraccina, dei raggi di luce che attraversano le fronde, e del profumo dei fiori. Sono queste le armonie che risuonano nella nostra musica: un’eufonia che attraversa le frontiere, laddove ognuno può essere libero e cittadino del mondo; laddove cade ogni pregiudizio. Perché dinanzi alla natura siamo tutti uguali, e – possibilmente – in pace.

Se dovessi racchiudere il senso profondo del FLORE Festival 2026 in un’immagine poetica, quale sceglierebbe?ù
Vedi, la musica non è la realtà, ma porta vivida l’impronta di tutto quel che incontra. Per questo le rappresentazioni musicali della solitudine, di un tramonto, di un bambino che dorme, di un albero che muore, possono commuoverci con intensità simile a quella che conosciamo dal modello. E allora ascolta questa poesia di Emily Dickinson, l’immensa musica delle sue visioni:

L’acqua è insegnata dalla sete. / La terra – dagli oceani attraversati. / L’estasi – dallo spasimo – / La pace – dai racconti di battaglie – / L’amore, da un’impronta di memoria – / Gli uccelli, dalla neve.