di Annalisa Nicastro
Un’Europa che cambia, un’Italia che resta indietro e cade al 36 posto della classifica su quarantanove: uno dei punteggi più bassi di tutta l’UE
Ci sono diritti che in alcuni Paesi vengono trattati come qualcosa di naturale, quasi inevitabile, e poi ci sono luoghi in cui quegli stessi diritti sembrano ancora dover giustificarsi, spiegarsi continuamente, come se l’amore, l’identità, la possibilità di esistere pienamente avessero bisogno dell’approvazione di qualcuno per diventare reale.
Il 17 maggio è la Giornata internazionale contro l’omotranslesbobifobia, in questo lgiorno dedicato ai diritti LGBTQ+, la nuova Rainbow Map pubblicata da ILGA-Europe racconta un’Europa divisa da una distanza che non è geografica ma culturale, emotiva, politica. Una mappa che, più che numeri, misura il coraggio dei governi di scegliere se proteggere le persone oppure lasciarle sole davanti alla violenza, alla discriminazione, all’invisibilità.
E dentro questa mappa l’Italia appare lontana, anche troppo.
Il nostro Paese scivola ancora in basso, fermandosi quasi in fondo alla classifica europea, distante anni luce non soltanto dalla Spagna, che conquista il primo posto grazie a nuove tutele e a un lavoro concreto sul riconoscimento delle identità trans e sulla non discriminazione, ma anche da gran parte dell’Europa occidentale con cui continuiamo a raccontarci di appartenere.
Ed è forse questa la parte più dolorosa: la sensazione di vivere in un Paese che parla spesso di famiglia, di protezione, di valori, ma che davanti alle famiglie LGBTQ+, davanti alle persone trans, davanti ai figli cresciuti dentro forme diverse di amore, continua a mantenere uno sguardo esitante, incompleto, a volte persino sospettoso.
Perché il problema non è soltanto legislativo. È il peso quotidiano dell’essere continuamente messi in discussione di dover spiegare la propria esistenza, di dover rassicurare gli altri sul fatto che il proprio amore non sia una minaccia, di dover dimostrare di essere genitori adeguati più degli altri, cittadinə adeguatə più degli altri, esseri umani adeguati più degli altri.
Eppure le ricerche, da anni, raccontano qualcosa di molto semplice: il benessere di un bambino non nasce dall’orientamento sessuale dei suoi genitori, ma dalla qualità dell’amore che riceve, dalla cura, dalla presenza, dalla sicurezza affettiva. È una verità così elementare da sembrare quasi assurdo doverla ancora difendere.
Ci sono coppie delle stesso sesso che affrontano percorsi di affido o adozione sentendosi osservate come eccezioni, come territori da verificare, da misurare. Persone che entrano nei servizi sociali o nelle istituzioni con la sensazione di dover continuamente tradurre la propria vita in qualcosa che gli altri possano ritenere accettabile. E questa stanchezza invisibile, questa continua necessità di legittimarsi, è già una forma di discriminazione.
La Rainbow Map non parla soltanto di classifiche. Parla di questo, del modo in cui uno Stato sceglie di guardare le persone.
Da una parte ci sono governi che decidono di trasformare la tutela dei diritti in un atto concreto, assumendosi il rischio politico dell’uguaglianza. Dall’altra ci sono Paesi che restano immobili, oppure arretrano lentamente, mentre intorno il mondo cambia.
L’Italia oggi sembra sospesa in questo spazio ambiguo, dove i diritti vengono riconosciuti a metà, dove alcune vite continuano a essere considerate discutibili, modificabili, negoziabili.
Il punto più importante da ricordare oggi è proprio questo: i diritti LGBTQ+ non riguardano una minoranza distante, non sono una questione “degli altri”. Riguardano il modo in cui una società decide chi merita serenità, protezione, dignità, riguardano la possibilità di attraversare il mondo senza sentirsi continuamente fuori posto.
Perché nessuno dovrebbe crescere con la sensazione di dover chiedere scusa per ciò che ama.
