di Sylvie Freddi
“Ecco i droni killer di Hezbollah” e parte il servizio del tg1 sulla situazione del Libano, non per raccontare, ma per orientare lo spettatore. Ancora una volta il punto di vista viene ribaltato, l’aggredito diventa la minaccia, mentre chi bombarda, occupa e provoca viene rappresentato come vittima, come chi si difende.
Israele continua a bombardare e invadere il sud del Libano con la motivazione ufficiale di colpire Hezbollah, ma il prezzo lo pagano soprattutto i civili. Dal 2 marzo scorso, secondo diverse fonti, sono stati uccisi oltre cento operatori sanitari e centinaia sono rimasti feriti. Giornalisti, scrittori, soccorritori, nessuno sembra davvero al sicuro, persino le forze UNIFIL sono finite più volte in situazioni di pericolo.
Intanto vengono colpite infrastrutture civili essenziali, comprese quelle idriche nella valle della Bekaa, da cui dipendevano migliaia di persone. Gli sfollati hanno superato il milione, famiglie senza acqua potabile, elettricità, medicinali e beni essenziali.
Invece il TG1 con il solito triste gioco di prestigio ribalta la narrativa, tacendo la terribile e continua aggressione da parte di Israele.
Il gioco è sempre lo stesso, omettere i fatti, in modo da proporre un servizio completamente isolato dal contesto. Così la messa a fuoco è sui droni killer degli Hezbollah per dare corpo alla minaccia terroristica in modo da giustificare gli attacchi di Israele.
È il metodo di propaganda contemporanea: una manipolazione che si basa sulla selezione accurata di ciò che si vuole mostrare e ciò che si vuole lasciare fuori campo, in questo modo si cerca di cambiare la percezione dello spettatore.
Non si negano apertamente i fatti, sarebbe controproducente con i mezzi di informazione che abbiamo, ma se ne omettono abbastanza da alterarne completamente il significato. Così non si vedono più cause e conseguenze, occupazione e reazione, aggressione e risposta, ma soltanto il bersaglio finale, isolato dal contesto e trasformato nel colpevole perfetto.
