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Alex Zanardi, tre vite in una

di Giacchino Ferdinandi

C’è una data che racconta molto: 15 settembre 2001. All’EuroSpeedway Lausitz, durante una gara CART, la monoposto di Zanardi viene tranciata in due. Perde entrambe le gambe e quasi tre quarti del sangue. I medici lo salvano per miracolo. Il mondo pensa che per lui sia finita.

Sbaglia.

Figlio di un idraulico bolognese, Alex aveva cominciato su un kart regalato dal padre a 14 anni, costruendosi strada facendo una carriera in Formula 1 — Jordan e Lotus, 44 Gran Premi — prima di trovare la sua dimensione vera in America, dove tra il 1997 e il 1998 vince due titoli consecutivi nella CART con la Chip Ganassi Racing. Quindici vittorie, un carisma immediato, un sorriso che disarmava chiunque. Poi il ritorno in F1 con Williams nel 1999, deludente, e infine il destino che si mette di traverso in quella domenica tedesca.

Quello che viene dopo è la parte della storia che nessun sceneggiatore avrebbe osato scrivere. Zanardi impara a usare le protesi, si allena, scopre l’handbike. Alle Paralimpiadi di Londra 2012 vince tre ori. A Rio 2016 ne aggiunge un altro, più due argenti. In mezzo, dodici titoli mondiali di paraciclismo. Non è una seconda carriera: è una seconda vita, vissuta ad una velocità che la prima non aveva mai raggiunto davvero.

Il 19 giugno 2020 arriva l’ultimo, crudele colpo. Durante una staffetta di beneficenza sulle strade del senese, la sua handbike si scontra con un camion. Coma, interventi, riabilitazione, un lento ritorno parziale alla coscienza a gennaio 2021.

Ma questa volta Zanardi non riemerge. Muore il 1° maggio 2026 a Padova, dove era ricoverato da anni, nello stesso giorno in cui trentadue anni fa moriva Ayrton Senna — il pilota che una volta, in pista, si era lamentato di un suo sorpasso.

I funerali si terranno il 5 maggio nella Basilica di Santa Giustina, a Padova. La Formula 1 si è fermata un minuto prima della Sprint Race di Miami. Mattarella lo ha definito “punto di riferimento oltre lo sport.”
Aveva 59 anni, ma, infondo aveva già vissuto almeno tre vite. E forse è questo il vero record che nessuno gli potrà mai togliere: non le medaglie, non i titoli, ma la capacità rara — e ostinata — di ricominciare ogni volta da dove gli altri avrebbero smesso di sperare.

In un’epoca come la nostra, in cui è più facile arrendersi che resistere, più comodo lamentarsi che rimettersi in moto, la sua storia ci ricorda che la direzione non la dà il vento, ma la scelta che decidiamo di seguire. Una scelta che lui ha rinnovato ogni giorno, con quella leggerezza ostinata che era il suo personalissimo modo di stare al mondo. Un’eredità che non ha bisogno di coppe né di podi, che parla ai giovani e a chi giovane non lo è più, racchiusa per sempre nel modo in cui ha vissuto, incisa nel suo sorriso.