Cultura

Tra memoria e trasformazione: il viaggio di Lovita

È da un’assenza che nasce Lovita, il nuovo film di Vito Vinci (in uscita il 23 aprile sceneggiatura di Francesca De Sapio). Un racconto che attraversa Trastevere come si attraversa un ricordo: tra ciò che resiste e ciò che si è già trasformato. Nel cuore di una Roma che cambia pelle, tra turismo e perdita, tra comunità e isolamento, il film mette in scena una tensione profondamente contemporanea: quella tra il reale che prova a restare e un mondo che sembra dissolversi. Abbiamo parlato con il regista di memoria, corpo, desiderio e trasformazione, in un’intervista che è anche un tentativo di capire dove stiamo andando e cosa rischiamo di lasciare indietro.

Lovita nasce da una perdita: quella della memoria di un quartiere. Quando hai capito che questa storia doveva essere raccontata proprio ora?
La sceneggiatura è stata scritta durante la pandemia, in quel periodo così tragico e surreale che ha segnato una transizione globale e che ha sconvolto l’intero mondo, dopo aver vissuto ed essere stati testimoni negli ultimi vent’anni della trasformazione e del degrado di questo quartiere (Trastevere ndr) diventato ormai un contenitore turistico per b&b e anonimi market, un percorso turistico usa e getta, una cartolina vuota, ormai svuotata con la gentrificazione di tutti quei personaggi e da tutte quelle realtà, operai e famiglie artigiane, che per anni, generazioni e generazioni, hanno animato e abitato i vicoli di questo quartiere. Ho sentito che i tempi erano maturi e necessari per raccontare questa storia.

Qui racconti di una comunità che resiste: credi che il cinema oggi abbia ancora una funzione politica? Le botteghe che chiudono, i centri sociali in crisi: è una fotografia o una denuncia?
Sì, credo che il cinema ha ancora una funzione sociale e politica, come il teatro è sempre stato uno specchio dell’epoca che viviamo, nei tempi dei social network, il film è una fotografia istantanea, un grido d’allarme, dovrebbe farci riflettere su dove stiamo andando, prima che sia troppo tardi… è un paradosso
che in un’epoca così tecnologica anziché essere facilitati nella comunicazione e condivisione si crei più divisione ed isolamento, siamo ormai testimoni passivi di una regressione umana e sociale che va verso un neo liberismo di stampo medievale.

Parli di una nuova era digitale cibernetica. Nel tuo film ha un posto centrale “Il Cantiere” che è un luogo fisico di incontro: oggi possono esistere ancora spazi così? Il reale, nel tuo film, resiste o sta già scomparendo?
I luoghi fisici sono molto importanti, oggi più che mai, direi necessari, per salvarci da questa separazione sempre più anaffettiva, per riportarci al confronto, al dialogo, anche allo scontro, alla condivisione e alla trasmissione di esperienze così diverse di generazione in generazione.
Il reale nel mio film esiste e mentre tutto intorno sta scomparendo cerca nuova forza e motivi per
resistere, verso un nuovo cambiamento.
Il Cantiere, è il vero polmone culturale del quartiere, divenuto con gli anni un luogo di riferimento per attività culturali; mostre, concerti, corsi, riunioni condominiali etc… è Il luogo di aggregazione oltre alle piazzette e ai baretti storici… che ci hanno ispirato a raccontare questo film.

Edmondo è un personaggio potentissimo: cieco, pianista, e dipendente da porno “per non vedenti”. Come nasce questa contraddizione così forte?
Edmondo è l’anima senza pelle del film, non ha filtri, sente tutto, è un musicista, anche i conflitti e sentimenti non espressi della gente ed per questo ad un certo punto, tutto diventa per lui insostenibile, cerca di stordirsi, di anestetizzare il suo dolore, le sue pulsazioni autodistruttive diventano un boomerang contro se stesso e gli altri che lo amano e gli stanno accanto.
Se solo tornasse a scuola e rincontrasse i suoi ragazzi che lo amano e sempre seguito avrebbe forse una via d’uscita, ma ormai è cieco “non vede più” anche se prova a guardare nel buio.

C’è anche una riflessione sul corpo femminile e sulla sua esposizione: come hai lavorato per evitare stereotipi?
Al centro dei miei film c’è sempre una donna, è un universo che mi affascina esplorare ogni volta con un approccio diverso, è una figura centrale ed importante che guida le sorti delle storie che racconto, su tanti piani, in questa occasione affrontare il tema della sessualità non è stato facile anche perché Lovita è una ragazza semplice che si pone delle domande complesse, su cos’è la sessualità oggi e come viene vissuta o strumentalizzata, abusata, o addirittura mercificata. Non ha delle risposte ma prova a porsi delle domande, ad esplorare le strade intricate del sesso…con la sua innocenza usa i social cerca di capire che ne pensano i giovani utenti, ma c’è tanta confusione e tanti “haters”, solo uno strano stalker, Tio Pio, condivide il suo appello…qual è la differenza tra una sessualità sana e una malata, quali sono le risposte, riuscirà Lovita a raggiungere i suoi obiettivi?

Parli di Lovita come un film “reale, a tratti onirico e moderno”: come hai costruito questo equilibrio visivo?
Le ambientazioni sono tutti luoghi veri e reali, dopo una attenta ricerca ho ricomposto il mio quartiere ideale nella mia mente e nelle mie immagini dando echi visivi al passato e al presente tra reale ed onirico.
La macchina da presa “Blackmagic 6k Pro” con la sua leggerezza e usando lenti “Vintange” cinematografiche ci ha dato la possibilità di addentrarci nel cuore e nei vicoli di questo quartiere… restituendo un senso di cinema del reale ed enfatizzando più piani narrativi.
Ho curato la fotografia girando in prima persona, in formato 6K, in solo 20 giorni di riprese.

Quanto il tuo background musicale ha influenzato il ritmo e la struttura del film?
La musica come il suono in ogni mio film è fondamentale, lo considero un piano narrativo emozionale, il mio bagaglio musicale influenza sempre la mia visione, sempre in forme e suoni diversi, creando e giocando su contrasti imprevedibili, dissonanze tra immagini e suoni. In questa occasione mi sono
avvalso della collaborazione di bravissimi musicisti come Guappecarto’, Neripè e Stefano Piro oltre che grandi tecnici come Francesca Bracci, Alessandro Romano e Sud Sound Studio.

Dopo i tuoi “Sandra Kristoff” e “Le cose in te nascoste”, cosa rappresenta “Lovita” nel tuo percorso?
Ci sono dei temi comuni che legano i miei tre film, sia nello stile che nei contenuti ma forse questa volta no nel genere, nel caso di “Lovita” è la prima volta che affronto una commedia drammatica, è stata un’occasione nuova per me poter rimettere tutto in discussione, metodo, linguaggio ed approccio
produttivo sperimentando con nuovi mezzi e in una forma diversa.
Ringrazio Francesca De Sapio, scrittrice, attrice, formatrice di attori, autori e registi in Europa e Stati Uniti che mi ha donato questa sceneggiatura mettendo a servizio del racconto tutta la sua esperienza che si è sempre distinta negli anni per il suo approccio profondo, umano e poetico incentrato sulla ricerca.

Se dovessi riassumere “Lovita” in una sola parola, sarebbe “resistenza” o “trasformazione”? E perché?
“Trasformazione”.
Lovita è un’opera indipendente, originale e coraggiosa, un film nuovo diverso dal solito che tiene lo stile dell’innovazione e porta sullo schermo temi attuali e con cui tutti bene o male dobbiamo fare i conti, attraverso l’uso di un linguaggio tecnico spesso anticanonico, sentiamo lo spaesamento, la frammentazione, la solitudine dovuta al senso di insicurezza generale che inevitabilmente ognuno è in maniera diversa portato a vivere, parla a tutte le generazioni, soprattutto ai giovani e dei giovani portandoci ad una profonda riflessione sul nostro presente e futuro che ci aspetta…