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Sionismo, responsabilità individuale e responsabilità del sistema

di Sylvie Freddi

Di fronte ai gravi comportamenti genocidari di Israele, fino a che punto la responsabilità può essere attribuita in toto all’ormai orribilmente noto Benjamin Netanyahu e quanto, invece, a un sistema politico basato su una cultura sionista che ha reso possibile quelle scelte, sostenendole e riproducendole nel tempo?

E’ importante andare oltre l’individuazione del responsabile di strategie di governo che dovrà, spero presto, rendere conto delle atrocità commesse.

E’ necessario allargare la visione in senso temporale e spaziale per ampliare la natura stessa della responsabilità: da individuale a strutturale.

La strategia di Netanyahu così non appare più come un’anomalia, ma come l’espressione di una linea temporale più lunga e complessa.

Perché nessuna decisione politica nasce nel vuoto. Un leader decide ma lo fa all’interno di un sistema che lo legittima e lo sostiene.

Ogni scelta è frutto dell’intreccio tra orientamenti ideologici, istituzioni, apparati militari, equilibri parlamentari e relazioni internazionali.

C’è sicuramente una responsabilità diretta attribuibile al singolo individuo riguardo a decisioni operative e politiche.

Ma esiste anche una responsabilità più ampia che riguarda il sistema politico di Israele. E’ nella sua evoluzione storica e il modo in cui scelte estreme vengono rese accettabili o giustificate all’interno della società e nel contesto internazionale che la narrativa politico-ideologica di Israele si è formata.

La dichiarazione forte di Moni Ovadia rompe la narrativa sionista alle radici: “I sionisti cancellarono 500 villaggi e cittadine palestinesi all’alba dello Stato di Israele. Questo non fu Netanyahu, ma furono i padri del sionismo… Il sionismo è un crimine in sé”.

La narrativa sionista è quindi una forza storica, una struttura ideologica costruita negli anni, appoggiata da una parte del mondo occidentale e ha plasmato intere generazioni seguendo una narrativa deviata capace di legittimare pratiche di esclusione e morte.

Nabka, «la catastrofe». Nel 1948, circa 700.000 arabi palestinesi hanno subito un esodo forzato dai territori occupati da Israele. I profughi vennero sistemati in campi gestiti dai paesi arabi ospitanti e da organizzazioni internazionali. Israele impedì loro di rientrare malgrado fosse stato sancito dalle Nazioni Unite.

Durante la Nabka vennero uccisi dai 10.000 ai 15.000 palestinesi

Solo negli ultimi tre anni le morti palestinesi dirette sono stimate oltre 80.000.

Mancano numeri per quelle indirette, come morte per fame, per mancanza di cure, per epidemie.

Israele continua ad aumentare occupazioni di territori non suoi, spargendo morte e distruzione. La narrativa del governo sionista non è in alcun modo difendibile.