di Giacchino Ferdinandi
Ieri sera, a Zenica, l’Italia è uscita dai Mondiali per la terza volta consecutiva. Ai rigori, contro la Bosnia. Dodici anni senza Mondiale: un’intera generazione che non ha mai visto gli Azzurri sul palcoscenico più importante del calcio. La partita di martedì fa male, ma la sconfitta non è nata lì. Non è cominciata a Zenica. È iniziata molto prima — nei vivai svuotati, nei cortili scomparsi, in un sistema che ha smesso di credere che il talento possa nascere per strada.
C’era un’Italia in cui il pallone rotolava libero. Nei campetti improvvisati, tra i sampietrini, contro muri scrostati. Totti, Del Piero, Maldini, Buffon, Baggio: storie diverse, stesso punto di partenza. Qualcuno li aveva lasciati giocare. Senza fretta, senza quote, senza contratti. Da quei cortili nascevano piedi educati e un istinto che nessun sintetico potrà mai insegnare.
Oggi la Serie A parla sempre meno italiano e crede sempre meno nei giovani. Il calcio giovanile è diventato costoso, selettivo per motivi che poco hanno a che fare con il talento. Chi non può permetterselo resta fuori. Non perché non sappia giocare, ma perché non ha i mezzi per farsi vedere.
Si parla di rifondazione, di riforme ai vertici della FIGC. Ma la vera rivoluzione non nasce dalle poltrone. Nasce dal basso. Dai cortili. Dai campetti aperti. Dalle occasioni date a tutti.
La domanda, allora, non è “ma com’era bello una volta?”.
È molto più scomoda: quanti Totti oggi restano invisibili, perché nessuno può permettersi di farli giocare?
Foto di Sylvain Mahé da Pixabay
