di Pippo Gallelli
C’è una cosa che Gino Paoli, che oggi se n’è andato a 91 anni, ha sempre saputo fare meglio di quasi chiunque altro nella canzone italiana: abitare la contraddizione senza risolverla. Lasciare aperta la ferita, il verso sospeso, la nota che non si chiude su se stessa ma si allontana verso qualcosa di indefinito. Lui lo chiamava jazz, oppure vita. Era probabilmente la stessa cosa.
Nato a Monfalcone nel 1934, genovese per scelta e per destino, si è formato non nelle accademie ma nei margini: studente svogliato, appassionato di pittura e di jazz, ha costruito la sua educazione sentimentale nelle notti lunghe di una Genova grigia e salmastra, in compagnia di Tenco, Lauzi, Bindi. Insieme hanno inventato la canzone d’autore italiana. Non è un’iperbole. È storia.
Ci sono canzoni che si ascoltano e canzoni che ti accadono. Quelle di Paoli appartengono alla seconda categoria. Il cielo in una stanza non descrive un’esperienza: la produce. L’armonia sale, si apre, porta il testo verso qualcosa che non ha nome preciso ma che tutti riconoscono. Senza fine è ancora più audace: una canzone senza cadenza conclusiva, che gira su se stessa come un pensiero ossessivo, perché l’amore che non finisce non può finire nemmeno nella forma che lo racconta. Sapore di sale, arrangiata da un giovane Morricone, sembra semplice e non lo è: sotto il mare e il sole c’è sempre qualcosa che pesa, una consapevolezza che il tempo porta via.
Ma il catalogo dei capolavori non finisce lì. La gatta — con quella sua morale beffarda e quella melodia che entra in testa e non se ne va più — è una delle canzoni italiane più intelligenti mai scritte, una favola adulta mascherata da filastrocca. Una lunga storia d’amore, composta per un film del 1984 interpretato proprio da Stefania Sandrelli, divenne contro ogni previsione un evergreen assoluto: l’amore che non urla, che non brucia in modo incontenibile, ma che resta — con la testardaggine silenziosa delle cose vere. E poi ci sono i gioielli meno conosciuti, quelli che i veri appassionati custodiscono come un segreto: Vivere ancora, con quella sua malinconia trattenuta, e tutto un catalogo di brani in cui Paoli scriveva di sé senza mai sembrare autobiografico, perché riusciva a trasformare ogni ferita personale in qualcosa di universale. Sono tra le melodie più belle mai scritte in lingua italiana, e commuovono al primo ascolto come all’ultimo.
La vita di Paoli è stata altrettanto intensa, spesso scomoda, sempre fuori dagli schemi. L’11 luglio 1963 tentò il suicidio sparandosi al cuore. Il proiettile si conficcò nel pericardio e lì rimase per sempre — troppo vicino al muscolo cardiaco per essere rimosso. Da allora quella scheggia di metallo viaggiò con lui per sessant’anni, nelle tournée, negli studi di registrazione, persino in Parlamento dove sedette nelle fila del PCI tra il 1987 e il 1992. Una scheggia di morte tenuta in vita: metafora perfetta per un uomo che ha fatto dell’oscurità il materiale grezzo della sua scrittura senza mai esserne travolto.
Le donne della sua vita meritano un capitolo a parte, perché in qualche modo abitano tutte le sue canzoni. Ornella Vanoni, conosciuta nel 1961 negli uffici di un editore musicale: lui le scrive un brano in mezz’ora, nasce Senza fine e nasce anche una storia d’amore tormentata e meravigliosa che si trasformò col tempo in amicizia indistruttibile. Poi Stefania Sandrelli, giovanissima e già folgorante, che arrivò al suo capezzale dopo il tentato suicidio e dalla quale nacque la figlia Amanda. Uno scandalo per l’epoca — lui sposato, lei minorenne — che la stampa demolì senza riuscire però a intaccare un legame rimasto solido per tutta la vita. Infine Paola Penzo, incontrata in una discoteca di Sassuolo, sposata nel 1991 e compagna fino all’ultimo giorno, autrice di molti suoi brani, madre di tre dei suoi figli. Portava al dito tre fedi, una per ogni donna che aveva amato davvero. Lo trovava normale.
Ha perso il figlio Giovanni nel 2025, a sessant’anni. Una ferita che definì impossibile da rimarginare. E pochi mesi prima di lui se n’era andata anche Ornella Vanoni, il 21 novembre scorso, nella sua casa di Milano. Due voci che avevano percorso insieme mezzo secolo di musica italiana, nate a un giorno di distanza l’una dall’altra, e finite quasi insieme. C’è qualcosa di commovente e di perfetto in questo, qualcosa che somiglia alla struttura di una delle loro canzoni.
Negli ultimi anni si era ridotto all’essenziale: voce e pianoforte, spesso con Danilo Rea al fianco. Nessun arrangiamento a fare da schermo, nessun effetto a riempire il silenzio. Solo la voce consumata e l’accordo che si prende tutto il suo spazio.
La famiglia ha dato la notizia chiedendo riservatezza. Gli somigliava: nessun gran teatro, nessuna uscita costruita per i posteri. Solo una porta che si chiude piano, in una stanza che ora torna ad essere immensa.

Fonte foto: www.ginopaoli.eu
