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La terza guerra del Golfo e gli alleati di dubbio gusto

di Michele Petrocelli

Nell’attesa che la presidente del Consiglio si degni di una dichiarazione ufficiale — e non sui social — magari con un’informativa in Parlamento, che dovrebbe avvenire nella giornata odierna, è necessario capire quali siano, in termini geopolitici, gli attori in campo nella, ormai, Terza Guerra del Golfo.

Stati Uniti e Israele, che hanno iniziato la guerra, sono ben noti e noti sono gli obiettivi di entrambi. A meritare un’analisi, invece, sono quegli Stati che, a seguito dell’attacco israelo-statunitense, per primi hanno subito la risposta iraniana. Si tratta dei Paesi dirimpettai dell’Iran che si affacciano sul Golfo.

Questi Paesi — come abbiamo già accennato nei precedenti articoli — rappresentano la parte sunnita dell’Islam, quella nemica dell’Iran che, lo ricordiamo, è di matrice sciita e dunque qualche interesse potrebbe averlo nel togliersi di torno un “cugino” scomodo e bellicoso di fronte. Sono tra i Paesi più ricchi del mondo, in quanto grandi produttori ed esportatori di petrolio, e fortemente legati agli Stati Uniti, che hanno numerose basi militari sui loro territori, nonché a molte nazioni europee — Italia in testa — attraverso scambi commerciali di dubbia natura, come quelli sugli armamenti.

Per di più, una guerra giustificata dal “cowboy di Mar-a-Lago” come giusta in quanto esportatrice di democrazia e libertà viene appoggiata dalle nazioni sunnite del Golfo, che in materia di democrazia e libertà risultano essere, in alcuni casi, persino un punto peggio rispetto alla Repubblica Islamica.

In primis l’Arabia Saudita, che ha dato i natali all’Islam ed è il secondo produttore di petrolio al mondo. È una monarchia assoluta con a capo il re Salman bin Abd al-Aziz, ma governata, nella realtà, da suo figlio, il quarantenne Mohammed bin Salman Al Saud. Quest’ultimo guida un governo autoritario che tratta i dissidenti politici con carcerazioni e torture. L’ONU nel 2019 e la CIA nel 2021 lo hanno accusato di essere il mandante del brutale omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. È l’artefice dell’aggressione nei confronti dello Yemen e delle epurazioni delle élite politiche ed economiche saudite concorrenti, con sequestri ai “nemici” per circa 800 miliardi di dollari. In quell’occasione disse: “Nessuno sopravviverà in un caso di corruzione, chiunque egli sia, anche se è un principe o un ministro”.

Per quanto riguarda la condizione femminile nel Paese, solo dal 2018 sono iniziate alcune riforme che permettono alle donne di conseguire la patente di guida o di ottenere un passaporto, ma spesso ancora sotto tutela maschile.

A seguire gli Emirati Arabi Uniti: una federazione di monarchie ereditarie, non una democrazia, dove il potere è concentrato nelle mani degli emiri. Sebbene offrano alta sicurezza e stabilità economica, mancano di libertà politiche, con severa repressione del dissenso, uso della detenzione arbitraria e limitazione dei diritti civili, portando taluni a definire il sistema come un regime autoritario o uno “Stato-prigione” per i dissidenti.

Le donne negli Emirati Arabi Uniti vivono in un contesto di forte contrasto tra modernizzazione accelerata e tradizioni della Sharia. Godono di alta sicurezza, accesso diffuso all’istruzione (circa il 70% dei laureati) e presenza in ruoli chiave nel governo e nell’imprenditoria. Tuttavia, permangono limitazioni legali, inclusa la necessità del consenso del marito in alcune questioni familiari, e disuguaglianze nell’eredità.

Il Bahrein è costantemente criticato da organizzazioni internazionali per i diritti umani per numerose violazioni dei diritti civili e politici. La tortura, l’uso di arresti arbitrari e la discriminazione nei confronti delle donne e delle minoranze religiose sono stati segnalati come aspetti particolarmente critici. L’ONU ha da tempo espresso preoccupazioni per la situazione dei diritti umani e per gli arresti di dissidenti politici seguiti da torture. La libertà di stampa e di espressione è pressoché inesistente e i tribunali nazionali sono spesso accusati di negare il pieno diritto alla difesa degli imputati.

Il Sultanato dell’Oman è una monarchia assoluta con restrizioni significative sulle libertà politiche e civili, sebbene garantisca maggiore stabilità e diritti sociali, specialmente per le donne, rispetto ad altri Paesi del Golfo. I partiti politici sono illegali, l’omosessualità è criminalizzata e le critiche al governo possono portare ad arresti, nonostante le riforme introdotte dopo il 2011.

Il Qatar, sulla carta una monarchia costituzionale, è in realtà una monarchia assoluta con a capo l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani. La situazione dei diritti umani, manco a dirlo, desta serie preoccupazioni, specialmente riguardo allo sfruttamento dei lavoratori migranti — in particolare provenienti dall’Asia meridionale — soggetti a condizioni assimilabili al lavoro forzato e ad abusi. La legislazione, basata sulla Sharia, limita i diritti delle donne tramite il sistema di tutela maschile. Nonostante alcune riforme, le libertà fondamentali rimangono limitate.

Infine il Kuwait. Anche qui, sulla carta, una monarchia costituzionale che nella realtà si traduce in un sistema fortemente accentrato. La situazione dei diritti umani presenta criticità significative, con limitazioni alle libertà personali, discriminazioni di genere e restrizioni sui diritti LGBT+. Nonostante alcune riforme, le donne affrontano discriminazioni legali e sociali, mentre la comunità dei Bidun (apolidi) vive una forte marginalizzazione. La libertà di espressione e di associazione è inoltre limitata.

Una bella compagnia di “gente per bene” per Stati Uniti & company che oggi passano per paladini della democrazia e della giustizia nei confronti dei “cattivi”. E la piccola Italia che si fregia, a gran voce, di essere partner di rilievo di queste nazioni.

Il mondo al contrario, direbbe qualcuno. Sì, al momento sembra proprio essere così.