di Michele Petrocelli
Fino a ora abbiamo scherzato, potremmo dire. Infatti le cose si stanno facendo più che serie. Parliamo degli sviluppi, non tanto inaspettati, che il conflitto del Golfo Persico sta prendendo. La situazione è questa, dunque, al quarto giorno di guerra. Gli Stati Uniti, dalle portaerei presenti al largo di Hormuz e dalle basi proprie in territorio della penisola arabica, continuano a bombardare incessantemente l’Iran, colpendo, in molta parte, obiettivi civili. Dal canto suo, lo Stato islamico sciita risponde con altrettante gragnole missilistiche e, in un primo momento con stupore statunitense, verso gli Stati sauditi che, pieni di turisti inermi e spaesati, faticano a organizzare uno scudo. Dal lato occidentale lo Stato ebraico punta i propri razzi verso i Pasdaran che altresì rispondono anche con l’aiuto degli ormai amici iracheni e degli Hezbollah libanesi.
Ecco, questo riteniamo sia il vero punto della questione: il Libano. È di stamane l’attacco via terra delle truppe israeliane che, con buona pace delle postazioni Unifil — che dovrebbero controllare le frontiere a Sud del Paese dei cedri, confinante proprio con Israele — sono entrate come un coltello bollente nel burro e senza la men che minima ostruzione. Ricordiamo che le forze Unifil nel Paese sono rappresentate dalle seguenti Nazioni: Italia, Francia, Spagna, Irlanda, Ghana, India, Corea del Sud, Malesia, Serbia, Armenia e Tanzania. E il tutto, ancora una volta, in evidente contrasto con i più elementari e basilari principi del diritto internazionale.
Dunque, riteniamo a questo punto che l’evidente obiettivo di tutto questo gran casino, che rischia di portare un conflitto regionale a qualcosa di molto più ampio — se solo pensiamo alle contrapposizioni interne all’Islam che potrebbero allargare la contesa agli Stati nordafricani e, dunque, al Mediterraneo — sia concentrato e appiattito, direi, tutto sui voleri israeliani e soprattutto del suo attuale leader, quel Benjamin Netanyahu, artefice dello sterminio di 70 mila palestinesi a Gaza e che ora ha nelle sue mire, attraverso il grandioso piano panebraico e viste anche le imminenti elezioni, di espandere il dominio sionistico su tutta la regione mediorientale che si affaccia sul Mediterraneo.
Dal canto suo anche il cowboy di Mar-a-Lago è alle prese con sondaggi sempre più contrari e con una fondamentale tornata elettorale di midterm che lo vede tutt’altro che vincitore. Ma la cosa peggiore, e non ci stancheremo mai di ribadirlo, sta nel fatto che l’Europa resta silente e del tutto disarmata, in termini diplomatici, unica voce contro il buon Sánchez da Madrid, nei confronti della realtà delle cose.
