di Giacchino Ferdinandi
Dimenticate l’ansia da affluenza. Il prossimo 22 e 23 marzo, quando i cittadini saranno chiamati alle urne per il referendum costituzionale sulla Giustizia, non ci sarà la consueta tagliola del quorum. Trattandosi infatti di una consultazione confermativa, non è richiesto il traguardo del 50% più uno degli aventi diritto: il risultato sarà valido a prescindere dalla partecipazione. Una condizione che impone di guardare al merito della questione, per capire perché la vittoria del “Sì” rappresenti oggi un passo necessario per modernizzare un sistema che da troppo tempo mostra segni di affaticamento.
Al centro della contesa elettorale, un principio che in molte democrazie occidentali avanzate è dato per scontato: la terzietà del giudice. Attualmente, in Italia, chi indaga e sostiene l’accusa e chi è chiamato a emettere la sentenza condividono l’intero percorso professionale. Fanno parte degli stessi organi, partecipano alle stesse dinamiche interne e possono passare da un ruolo all’altro. Votare “Sì” significa mettere fine a questa anomalia fisiologica, sancendo una separazione netta tra le due figure. Il cittadino che si trova sul banco degli imputati ha il diritto inalienabile di essere giudicato da un soggetto che sia del tutto equidistante dall’accusa e dalla difesa, senza alcuna sovrapposizione o vicinanza corporativa con chi ha condotto le indagini.
Questa divisione si riflette necessariamente anche sulla gestione stessa della magistratura. La riforma approvata in Parlamento, su cui ora gli elettori hanno l’ultima parola, prevede lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura: uno dedicato ai giudicanti, l’altro ai requirenti. Si tratta di un vero e proprio antidoto contro le derive del “correntismo” che negli ultimi decenni hanno gravemente minato la credibilità dell’istituzione agli occhi dell’opinione pubblica. Separare i due CSM significa recidere quei legami che uniscono le carriere e i trasferimenti, smantellando un groviglio di interessi in cui le logiche dell’accusa e del giudizio finiscono troppo spesso per confondersi.
C’è poi un terzo elemento, che ha dominato meno i salotti televisivi ma che risulta altrettanto cruciale per la trasparenza dello Stato di diritto: la creazione dell’Alta Corte disciplinare. Fino ad oggi, i magistrati accusati di illeciti venivano giudicati dallo stesso CSM, innescando un cortocircuito che molti osservatori, anche all’interno del mondo giuridico, ritengono eccessivamente autoreferenziale. La vittoria del “Sì” al referendum confermerebbe l’istituzione di una corte ad hoc, formata non solo da magistrati ma anche da professori universitari e avvocati, incaricata in via esclusiva di valutare le condotte disciplinari. Un occhio terzo e plurale, fondamentale per garantire che le regole valgano davvero per tutti.
Il voto di fine marzo, in definitiva, si configura come una vera e propria pragmatica scelta sull’architettura dello Stato. Confermare questa riforma significa chiedere una giustizia più equilibrata, impermeabile ai corporativismi e strutturata per tutelare fino in fondo le garanzie di ogni singolo cittadino.
