di Pippo Gallelli
Le cronache di questi giorni si fanno ancora più drammatiche. Tra Calabria e Sicilia le mareggiate hanno restituito 15 corpi, quasi certamente di migranti. Solo ieri altri ritrovamenti si sono aggiunti a un elenco che si allunga con il passare delle ore. Dalle mie parti, sulle coste del Tirreno cosentino, tra Scalea, Amantea e Paola, così come nel Vibonese e lungo alcuni tratti della Sicilia, il mare ha riportato a riva vite spezzate. La Procura della Repubblica di Paola indaga, mentre prende corpo l’ipotesi di un “naufragio fantasma”, forse avvenuto durante il passaggio del ciclone Harry, senza che fosse lanciato alcun allarme, senza richieste di soccorso registrate.
Quindici corpi. Un numero che rischia di diventare statistica, ma che in realtà è un grido. Perché ogni corpo restituito dalle onde racconta una storia interrotta, una famiglia che forse attende notizie, un nome che rischia di restare sconosciuto.
Il mare, per noi, è archetipo. È origine e promessa. È vita, gioia, prosperità, bellezza. È l’orizzonte aperto delle estati, il lavoro dei pescatori, la ricchezza delle coste che vivono di turismo e scambi. È simbolo di libertà.
Eppure lo stesso mare oggi vomita corpi. Non relitti antichi, non detriti: uomini e donne che hanno tentato una traversata estrema. Vittime non soltanto delle onde o del maltempo, ma di un sistema che produce diseguaglianze e poi si sorprende delle migrazioni che ne derivano.
Il Mediterraneo è stato per secoli spazio di incontro e contaminazione culturale. Civiltà diverse lo hanno attraversato costruendo ponti, commerci, conoscenza. Oggi, invece, troppo spesso è frontiera e barriera, linea di frattura tra chi può muoversi liberamente e chi affida la propria vita a un gommone.
Quindici corpi tra Calabria e Sicilia non sono un evento isolato: sono il segno di una crisi che continua, di una rotta che non si ferma, di tragedie che talvolta non hanno nemmeno un nome ufficiale. “Naufragio fantasma” è un’espressione che fa rabbrividire: significa che qualcuno è scomparso senza che il mondo se ne accorgesse.
Diciamo di amare il mare. Lo celebriamo nei tramonti, nelle fotografie, nelle parole. Ma amare il mare significa anche non accettare che diventi il cimitero della nostra civiltà. Significa pretendere responsabilità condivise, cooperazione reale, politiche che mettano al centro la vita umana.
Perché se il mare è vita – e lo è – non possiamo permettere che diventi il simbolo definitivo della nostra indifferenza.
