di Giacchino Ferdinandi
A Piedimonte San Germano gli ultimi due anni hanno avuto il ritmo incerto dei fermi linea. Dal 2024 a oggi lo stabilimento ha attraversato la fase più complessa dell’ultimo decennio: prima il rallentamento dei volumi, poi la cassa integrazione, quindi le vertenze che hanno coinvolto centinaia di lavoratori e l’intero indotto del comprensorio cassinate.
Quella che all’inizio appariva una flessione congiunturale si è trasformata, mese dopo mese, in una crisi dal profilo strutturale. Non sono stati messi in discussione solo i numeri della produzione, ma la stessa prospettiva industriale del territorio.
La contrazione delle attività nello stabilimento principale ha avuto ricadute immediate sulle aziende legate alla logistica e ai servizi. Trasnova, Logitech e Teknoservice si sono ritrovate al centro di procedure di licenziamento dopo la mancata conferma di alcune commesse. Lettere di esubero, proroghe dell’ultimo minuto, tavoli convocati in emergenza al ministero: settimane di tensione davanti ai cancelli e nei presìdi, con le famiglie sospese tra incertezza e speranza.
In quella fase l’Amministrazione Comunale non ha usato mezzi termini, parlando di “situazione drammatica” e avvertendo che il rischio di un effetto a catena lungo la filiera era tutt’altro che remoto. Un allarme che ha fotografato lo stato d’animo diffuso tra lavoratori e imprese dell’area industriale.
L’accordo raggiunto a fine 2024 in sede ministeriale – con il ritiro delle procedure di licenziamento e la proroga temporanea dei contratti – ha disinnescato l’emergenza più acuta. Ma si è trattato, nei fatti, di una tregua. Dal municipio è arrivato un messaggio chiaro: le proroghe non possono sostituire una strategia. Senza un piano industriale definito per il sito cassinate, l’indotto resta esposto a ogni oscillazione del mercato europeo dell’auto.
Nel corso del 2025 il confronto si è ampliato. Accanto alla richiesta di rilancio dell’automotive, si è fatta strada l’ipotesi di una riconversione parziale delle aree non pienamente utilizzate, con l’obiettivo di attrarre nuovi investimenti e diversificare la vocazione produttiva del polo. Un passaggio che l’esecutivo cittadino collega direttamente alla tutela occupazionale, soprattutto alla luce della transizione energetica e delle trasformazioni in atto nel settore.
“Servono risposte concrete sul piano produttivo – è la linea ribadita da Palazzo Municipale – perché non possiamo vivere di proroghe continue: le famiglie hanno bisogno di certezze industriali e occupazionali”.
Con l’avvicinarsi delle scadenze tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, l’incertezza è tornata a farsi sentire. Le prospettive dello stabilimento restano legate alle strategie globali del gruppo e all’andamento del mercato europeo, mentre sul territorio cresce la richiesta di stabilità e di un confronto permanente tra azienda, Governo e istituzioni locali.
A due anni dall’inizio della fase più critica, il quadro rimane fragile: da una parte una grande industria nel pieno di una trasformazione epocale; dall’altra un indotto che vive di commesse e risente immediatamente di ogni rallentamento produttivo. Per Piedimonte San Germano la posta in gioco non è soltanto la tenuta dei volumi produttivi, ma l’equilibrio economico e sociale di un’intera area che attende ancora un orizzonte chiaro sul proprio futuro industriale.
