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Calcio sull’orlo di una crisi di nervi: il VAR non basta in un sistema che gioca troppo

di Pippo Gallelli

Dopo l’ennesima bufera arbitrale esplosa in Inter–Juventus, la sensazione è sempre la stessa: il problema non è il singolo episodio, ma un sistema che non riesce più a garantire credibilità e serenità. Quando scendono in campo Inter e Juventus, l’attenzione dovrebbe essere tutta sulla qualità del gioco, sulle scelte tattiche, sui protagonisti. Invece, ancora una volta, il dibattito si sposta sugli arbitri.

A far discutere è stata l’espulsione del difensore bianconero Pierre Kalulu, maturata nei minuti finali del primo tempo. Kalulu ha ricevuto il secondo cartellino giallo per un fallo su Alessandro Bastoni che, secondo gran parte dei commentatori ed esperti arbitrali, non c’era. Dalle immagini si percepisce un contatto lieve, quasi uno sfioramento. Eppure la decisione è stata presa e non è stata modificata.

Ha fatto discutere anche l’atteggiamento successivo di Bastoni, giudicato da molti antisportivo e poco esemplare per un calciatore della Nazionale. Al di là delle interpretazioni, resta il fatto che l’episodio ha inciso pesantemente sull’equilibrio della gara e ha riacceso polemiche mai sopite.

Il motivo per cui la decisione non è stata rivista sta nel protocollo del Video Assistant Referee: il VAR non può intervenire su una seconda ammonizione, ma solo in caso di espulsione diretta, rigori, gol e scambi di identità. È un limite regolamentare noto, che crea una zona grigia difficile da spiegare ai tifosi. Se la tecnologia esiste per correggere gli errori evidenti, perché non può farlo in un caso che determina comunque un’espulsione?

Si pensava che con l’introduzione del VAR il calcio avrebbe finalmente imboccato la strada della chiarezza definitiva. L’illusione è durata poco. Il VAR ha corretto errori evidenti, certo, ma non ha eliminato le polemiche. Perché il nodo non è soltanto tecnologico: è culturale e gestionale. Se le interpretazioni restano soggettive, se manca uniformità di giudizio, se ogni settimana assistiamo a valutazioni diverse su episodi simili, allora la tecnologia diventa uno specchio che riflette le contraddizioni di chi la utilizza.

Il problema, ormai evidente, è che i vertici del sistema calcistico e arbitrale non sembrano all’altezza di una fase storica così complessa. La Serie A vive una tensione continua, un clima nevrastenico che si trasferisce dai dirigenti agli allenatori, dai calciatori alle panchine, fino agli spalti. Ogni decisione è vissuta come un’ingiustizia, ogni errore come un sospetto, ogni interpretazione come un torto subito.

Nel mirino delle critiche sono finiti anche il presidente federale Gabriele Gravina e il designatore arbitrale Gianluca Rocchi. La percezione, giusta o sbagliata che sia, è quella di un sistema che rincorre le polemiche invece di prevenirle, che spiega poco e tardi, che tende a chiudersi a riccio anziché aprirsi a una maggiore trasparenza.

Ma c’è un altro elemento che aggrava tutto: si gioca troppo. Il calendario è saturo, le competizioni si moltiplicano, le tournée internazionali si accavallano, le soste sono sempre più brevi. Il calcio non si ferma mai perché non può fermarsi: il business ha preso il sopravvento. Diritti televisivi, sponsor, mercati globali. La priorità non è più la qualità dello spettacolo, ma la quantità degli eventi. E quando si gioca ogni tre giorni, la tensione cresce, la lucidità cala, la stanchezza aumenta. Anche per gli arbitri.

In questo contesto iper-stressato, ogni episodio diventa un detonatore. Il VAR, che avrebbe dovuto raffreddare gli animi, finisce per esasperarli quando non può intervenire o quando interviene a metà. Il pubblico fatica a comprendere i criteri, le spiegazioni arrivano tardi, la fiducia si erode.

Il risultato è un calcio sempre più nervoso, meno spontaneo, più litigioso. Uno sport che rischia di smarrire la propria dimensione popolare e passionale, sostituita da una cultura del sospetto permanente. Non si tratta di invocare complotti né di mettere in discussione la buona fede dei direttori di gara. Si tratta di riconoscere che il sistema, così com’è, non funziona come dovrebbe.

Se il calcio vuole recuperare credibilità, deve avere il coraggio di riformarsi davvero. Non basta una sala VAR, non basta un protocollo scritto. Servono trasparenza, responsabilità e una gestione all’altezza del peso economico e mediatico che questo sport ha assunto. Altrimenti continueremo a parlare più di arbitri che di calcio. E sarà la sconfitta più grande.