di Gioacchino Ferdinandi
Dieci anni dopo il loro sostanziale smantellamento, le Comunità Montane tornano al centro del dibattito politico. A riaccendere l’attenzione è l’UNCEM Lazio che, in vista del Consiglio nazionale del 13 febbraio, lancia un messaggio netto: i territori montani non hanno bisogno di nuove e fragili formule aggregative, ma di enti intermedi stabili, democraticamente eletti e dotati di competenze e risorse certe.
L’associazione ricorda come, dalla metà della XVII legislatura, si sia affermata una tendenza alla “disintermediazione istituzionale”: Province considerate obsolete, Comunità Montane ridimensionate, sostituite da una proliferazione di sigle – ATO, autorità, ambiti ottimali – prive di personalità giuridica e spesso inefficaci. Un esempio emblematico è quello del servizio idrico integrato: la legge Galli individuò negli ambiti provinciali la dimensione ottimale, senza però affidare la gestione alle Province, perdendo un’occasione per applicare pienamente il principio di autonomia territoriale previsto dalla Costituzione.
Il colpo finale alle Comunità Montane arrivò nel 2012, con la modifica del Tuel inserita nella legge di bilancio: un intervento pensato per risparmiare, che però – secondo l’UNCEM – produsse più danni all’ordinamento che benefici economici. Da allora, le Unioni di Comuni Montani operano su base volontaria, senza quella solidità istituzionale necessaria a governare territori complessi.
Per questo l’UNCEM propone di restituire alle Comunità Montane e alle Unioni esistenti il ruolo di ente intermedio di prossimità, dotandole di funzioni chiare e risorse adeguate. Una scelta che eviterebbe di moltiplicare nuove aggregazioni – dalle strategie SNAI alle Green Communities – quando esistono già strutture con esperienza e radicamento.
Il secondo fronte riguarda la legge 131 del 2025, la cosiddetta riforma Calderoli sulla riclassificazione dei comuni montani. Una norma contestata anche dalla Conferenza delle Regioni e che, nel Lazio, rischia di far perdere lo status di “montani” a 97 comuni su 240, molti dei quali sotto i 2.000 abitanti e già in difficoltà finanziaria. L’UNCEM denuncia che l’invarianza di spesa prevista dalla legge si traduce in un semplice “rimescolamento” delle risorse, senza affrontare il vero nodo: il governo istituzionale delle aree montane, ancora affidato a modelli deboli e privi di autonomia.
La richiesta all’amministrazione regionale è chiara: un cambio di passo nelle politiche per le aree interne, accompagnato da scelte finanziarie coraggiose e dal ripristino della democrazia nei territori. Dopo dieci anni, conclude l’UNCEM, è tempo di tornare a eleggere gli organi di rappresentanza delle Comunità Montane. Una richiesta che suona come un appello, ma anche come un ultimatum.
