di Sylvie Freddi
Israele è accusata di irrorare il sud del Libano con alti dosi di glifosato, un pericoloso e potente pesticida.
Secondo i rapporti dei caschi blu dell’Unifil, l’aviazione israeliana sta sganciando sostanze non identificate lungo la frontiera, all’interno del territorio libanese, costringendo la missione Onu a una ritirata senza precedenti da un terzo della sua area operativa e alla sospensione di ogni pattugliamento in settori ormai inaccessibili..
Gli aerei israeliani volano sui campi fertili trasformandoli in deserti chimici. Il veleno scivola dentro il terreno finendo a contaminare anche le falde acquifere.
La concentrazione di glifosfato sembra sia 50 volte superiore al consentito. A queste concentrazioni, il pesticida resta attivo nel suolo per mesi o addirittura anni, compromettendo la fertilità e impedendo nuove colture. Penetra nelle falde acquifere e può contaminare l’acqua potabile per lunghi periodi. Gli animali muoiono, le piante appassiscono, le comunità locali vedono il proprio futuro cancellato silenziosamente.
Non bastano i bombardamenti. Il Sud del Libano muore sotto questo veleno silenzioso.
Raccolti bruciati, terreni sterili, acqua avvelenata. Una guerra contro civili e natura
Il glifosato, diventa qui un’arma mortale.
Beirut denuncia Israele per crimine ambientale e sanitario e prepara dossier per l’ONU.
Ma la guerra chimica non aspetta le decisioni diplomatiche. La terra muore. L’acqua muore. La vita muore.
