Politica

Italia zerbino: Meloni in ritardo sugli insulti di Trump, l’ombra dell’ICE su Cortina

di Pippo Gallelli

Donald Trump insulta gli alleati della Nato e riscrive la storia della guerra in Afghanistan, liquidando il contributo dei Paesi europei – Italia compresa – come marginale, lontano dalla “prima linea”. Un’affermazione grave, offensiva, che colpisce direttamente la memoria dei 53 militari italiani caduti e delle centinaia di feriti in vent’anni di missione condivisa dopo l’11 settembre.

Di fronte a parole di questa portata, ci si aspetterebbe una reazione immediata, ferma, inequivocabile. Invece no. Giorgia Meloni resta in silenzio per oltre 24 ore, mentre Londra, Varsavia e Copenaghen reagiscono subito, difendendo l’onore dei propri soldati. L’Italia, ancora una volta, arriva dopo.

Non solo. Nelle stesse ore in cui Trump derideva il sacrificio degli alleati, la presidente del Consiglio italiana si lasciava andare a toni concilianti, arrivando perfino a evocare – direttamente o indirettamente – un Premio Nobel per Trump. Un cortocircuito politico difficile da spiegare: da un lato l’insulto alla memoria dei caduti, dall’altro la cautela verso chi quell’insulto lo ha pronunciato.

Quando finalmente Meloni prende la parola, lo fa con frasi formalmente corrette. Ma tardive. E quando il rispetto arriva in ritardo, perde peso politico. Sembra più una risposta obbligata dalla pressione internazionale e interna che una scelta di leadership. Il messaggio che passa è chiaro: prima si misura l’impatto sull’alleato americano, poi – eventualmente – si difende l’onore nazionale.

La linea del governo non migliora guardando ai ministri. Guido Crosetto affida la risposta a un “ripasso di storia” e ad atti formali. Tutto vero, per carità. Ma blando. Nessuna presa di posizione politica netta, nessuna richiesta di scuse, nessun segnale di discontinuità. Come se l’accusa di Trump fosse solo una svista lessicale e non un insulto politico.

Sul fronte interno, il quadro si fa ancora più inquietante. Sabato mattina, verso le 9 (le 16 in Italia), a Minneapolis, un agente federale statunitense ha sparato e ucciso Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, cittadino americano che stava partecipando a una manifestazione contro le operazioni anti-immigrazione ordinate dall’amministrazione Trump.

I video verificati che circolano online mostrano una scena brutale: un uomo a terra colpito violentemente da più agenti, poi gli spari, poi il corpo che smette di muoversi. Il nome dell’agente che ha sparato non è stato reso noto. È la seconda uccisione a Minneapolis dall’inizio dell’anno: il 7 gennaio un agente dell’ICE aveva ucciso Renee Nicole Good, anche lei 37 anni, anche lei presente a una protesta contro l’agenzia.

È questo il contesto in cui esplode la polemica sulla possibile presenza dell’ICE alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 come servizio di sicurezza della delegazione statunitense. Di fronte alle domande dei giornalisti, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi risponde in modo pilatesco: “non risulta”. Ma non smentisce con chiarezza, non esclude politicamente, non prende una posizione netta. Lascia spazio all’ambiguità.

E l’ambiguità, quando si parla di sovranità e di forze straniere sul territorio nazionale, è un problema serio. Dopo Minneapolis, dopo le uccisioni di manifestanti, l’idea che l’ICE – simbolo della politica repressiva trumpiana – possa anche solo lambire l’organizzazione dei Giochi olimpici italiani è politicamente e moralmente inquietante.

Qui non è in discussione la sicurezza delle delegazioni. È in discussione il ruolo dell’Italia. Un Paese che si dice sovrano non può permettersi di essere prudente con Trump, timido con Washington e lento quando viene colpita la dignità nazionale. Eppure questo è ciò che emerge.

L’Italia non è uno zerbino degli Stati Uniti.
Ma il comportamento del governo Meloni – silenzioso quando dovrebbe essere immediato, morbido quando dovrebbe essere fermo – rischia di raccontare l’esatto contrario.

E un Paese che non difende subito i propri soldati e la sua sovranità, finisce per non difendere nemmeno se stesso.