di Pippo Gallelli
C’è qualcosa di grottesco, e allo stesso tempo pericolosamente serio, nella politica estera trumpiana che riemerge con tutta la sua forza nella surreale vicenda della Groenlandia. Una lettera — vera o verosimile che sia — in cui il presidente degli Stati Uniti si lamenta per il Nobel per la Pace mancato e, per ripicca, rivendica il diritto di pensare solo agli interessi americani, non è soltanto una bizzarria narcisistica. È il sintomo di un infantilismo politico che, quando esercitato dalla prima potenza militare del pianeta, rischia di trasformarsi in una minaccia sistemica alla pace mondiale.
Il messaggio è disarmante nella sua semplicità: non mi avete dato il premio, quindi cambio le regole del gioco. Come un bambino che, non invitato alla festa, decide di portarsi via il pallone. Solo che il “pallone” in questione è la Groenlandia, la Nato è il cortile condominiale e i dazi sono lo strumento di una rappresaglia che somiglia più a un ricatto che a una strategia diplomatica.
Trump non discute di diritto internazionale, di autodeterminazione dei popoli o di equilibri geopolitici con la complessità che la materia richiederebbe. Riduce tutto a una logica proprietaria elementare: di chi è questa cosa? perché non mia? La Danimarca non ha “documenti scritti”, dice. Un argomento che, se applicato con coerenza, permetterebbe di riscrivere la mappa del mondo a colpi di tweet e risentimenti personali.
Il passaggio più rivelatore, però, non è nemmeno la rivendicazione territoriale. È il collegamento esplicito tra il Nobel per la Pace e la sicurezza globale: non mi avete premiato, dunque non mi sento più obbligato a pensare alla pace. È una frase che suona come una confessione involontaria. La pace non come valore, ma come moneta di scambio emotiva. Non come obiettivo politico, ma come medaglia da appuntarsi al petto.
Qui l’infantilismo diventa qualcosa di più oscuro. Perché se la pace dipende dall’umore del presidente americano, allora l’ordine internazionale è appeso a una suscettibilità personale. Ed è esattamente questo che spaventa l’Europa, chiamata oggi a scegliere tra la fermezza e la paura di una frattura irreversibile nella Nato.
La reazione europea — tra minacce di controdazi, richiami all’unità e appelli al dialogo — assomiglia a un tentativo di riportare un adulto nella stanza. Ma il rischio è che la politica estera americana, sotto Trump, funzioni secondo una logica diversa: quella del capriccio elevato a dottrina.
Viene allora naturale pensare a Quarto potere. Alla fine di tutto, quando il potere, l’arroganza e l’accumulo non bastano più, resta una slitta: Rosebud. Un oggetto infantile, simbolo di un vuoto mai colmato. Anche Trump sembra inseguire la sua slitta: il Nobel per la Pace come certificazione affettiva, come prova di grandezza morale che nessun arsenale nucleare può garantire.
Ma c’è una differenza sostanziale. La slitta di Kane bruciava in silenzio, senza conseguenze per il mondo. Quella di Trump rischia di incendiare i rapporti transatlantici, di minare la credibilità della Nato e di trasformare l’Artico in un nuovo teatro di tensione globale.
L’infantilismo, quando è privato, può far sorridere. Quando governa le leve della geopolitica, diventa una cosa seria. Terribilmente seria.
Foto di Pete Linforth da Pixabay
