di Pippo Gallelli
C’è un momento, nella politica internazionale, in cui il linguaggio della sicurezza smette di essere una categoria analitica e diventa un passe‑partout. Serve ad aprire tutte le porte: quelle diplomatiche, quelle militari e, se necessario, anche quelle del diritto internazionale. La Groenlandia, in questo inizio di 2026, è esattamente quel luogo.
Secondo il settimanale britannico The Economist, l’amministrazione Trump starebbe lavorando a un’ipotesi di accordo diretto di associazione con la Groenlandia, escludendo la Danimarca. Non un’annessione formale – troppo rozza, troppo novecentesca – ma una soluzione più raffinata: un Compact of Free Association (COFA), sul modello di quelli già in vigore tra Washington e alcuni piccoli Stati del Pacifico. Un’intesa che consentirebbe agli Stati Uniti di operare liberamente sul piano militare, espandere infrastrutture strategiche e rafforzare il proprio controllo sull’Artico, in cambio di vantaggi economici e commerciali per l’isola. Il tutto, naturalmente, nel nome della sicurezza.
Il COFA è uno strumento giuridicamente elegante. Riconosce sulla carta l’autonomia del partner, ma nella pratica trasferisce a Washington leve decisive: difesa, politica estera, presenza militare permanente. È una sovranità a geometria variabile, una forma di protettorato soft perfettamente compatibile con un mondo che proclama di aver archiviato il colonialismo, ma continua a praticarlo con un lessico aggiornato.
Applicare questo schema alla Groenlandia significa aggirare un dettaglio non trascurabile: l’isola fa parte del Regno di Danimarca, che è membro della Nato, e già oggi ospita una base militare statunitense. Non esistono limiti rigidi al numero di soldati americani schierabili, se non il principio – fastidiosamente politico – della consultazione con Copenaghen. Ed è proprio questo, il vero nodo.
La reazione europea, stavolta, è stata insolitamente compatta. Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, Regno Unito e Danimarca hanno ribadito che la Groenlandia appartiene al suo popolo e che la sicurezza dell’Artico deve essere garantita collettivamente, nel quadro della Nato e nel rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale: sovranità, integrità territoriale, inviolabilità dei confini. Concetti elementari, ma evidentemente non scontati.
Da Washington la risposta è arrivata per bocca di Stephen Miller, vice capo dello staff di Trump: le rivendicazioni sulla Groenlandia rappresenterebbero una posizione formale del governo statunitense. Nessuna ipotesi di conflitto militare, sia chiaro. Solo una disinvolta messa in discussione della sovranità danese, liquidata come residuo coloniale. L’ironia è evidente: mentre gli Stati Uniti denunciano il colonialismo altrui, propongono un accordo che trasformerebbe la Groenlandia in un avamposto militare permanente, con decisioni strategiche prese altrove.
Dietro la contesa non c’è solo la personalità espansiva di Trump, ma l’Artico come nuovo centro di gravità geopolitico. Rotte commerciali che si accorciano, risorse strategiche, terre rare, controllo militare delle vie polari e competizione diretta con Russia e Cina. In questo scenario, la Groenlandia smette di essere una comunità di poco più di cinquantamila abitanti e diventa una piattaforma strategica. E quando i territori diventano piattaforme, i popoli rischiano di diventare dettagli.
Il primo ministro groenlandese Jens‑Frederik Nielsen lo ha ricordato con toni misurati ma fermi, invitando Washington a un dialogo rispettoso attraverso i canali diplomatici corretti e nel pieno rispetto degli accordi esistenti. In altre parole: niente scorciatoie, niente negoziati sopra le teste dei diretti interessati, niente accordi che ignorino il quadro giuridico internazionale.
L’Europa, dal canto suo, arriva a questa crisi con una storia recente non priva di ambiguità. Difende giustamente sovranità e confini quando a metterli in discussione sono potenze rivali, ma spesso esita quando la pressione arriva dall’alleato americano. Non a caso, da Londra è arrivato il controcanto rassicurante: Trump non sarebbe una minaccia, ma un alleato affidabile. La relazione speciale prima di tutto.
Eppure, nella vicenda groenlandese, qualcosa sembra essersi mosso. Per una volta, i governi europei non si sono limitati a osservare con imbarazzo, ma hanno rivendicato apertamente principi e limiti. È un segnale politico che va oltre l’isola artica e parla della capacità – o dell’incapacità – dell’Europa di esistere come soggetto e non solo come spazio.
La proposta americana sulla Groenlandia non ha bisogno di bandiere piantate nel ghiaccio né di flotte in rada. È una colonizzazione funzionale, che non nega formalmente la sovranità ma la svuota di contenuto. Un modello perfetto per il XXI secolo: meno costoso, meno impopolare, più presentabile.
La Groenlandia oggi è un test. Non solo per i rapporti tra Stati Uniti ed Europa, ma per l’idea stessa di ordine internazionale. Perché se la sicurezza diventa l’argomento che giustifica tutto, allora la domanda non è più chi difende cosa, ma chi decide fin dove può spingersi il potere. E questa, al di là dei ghiacci dell’Artico, riguarda tutti.
Foto di Lara Jameson da Pexel
