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What we fight for, un docufilm contro la violenza di genere

In un tempo storico attraversato da conflitti, disuguaglianze e da una persistente violenza di genere, il cinema documentario continua a rappresentare uno spazio privilegiato di riflessione e consapevolezza. Quando incontra i luoghi della formazione, diventa strumento capace di attivare domande, mettere in discussione certezze e aprire orizzonti critici, soprattutto tra le generazioni più giovani.

È in questa direzione che si colloca il percorso promosso dal Collettivo Aurora e Legambiente di Catanzaro  in sinergia con il Centro Calabrese di Solidarietà, realtà impegnate sul territorio nella costruzione di pratiche culturali contro la violenza sulle donne e per la difesa dei diritti umani. In occasione del 25 novembre 2025, il Collettivo ha scelto di affidare al linguaggio del cinema il cuore della propria azione, portando nelle scuole il docufilm What we fight for (2024) di Sara Del Dot e Carlotta Marrucci, opera che ha ricevuto il Premio De Seta 2024 (dedicato alla memoria del cineasta Vittorio De Seta),  per la sua forza narrativa e civile, sposando pure la filosofia di Legambiente.

Il film segue le storie di Nahid Akbari, Eli e Sude Fazlollah, intrecciando sentieri di vita segnati dall’esilio, dalla repressione e dalla ricerca di autodeterminazione. What we fight for affronta la violenza di genere non come un insieme di episodi isolati, ma come una vera e propria struttura di potere, un “game” imposto, fatto di regole invisibili ma rigidissime, che definiscono chi può parlare, chi può scegliere, chi può occupare lo spazio pubblico e chi è destinato a restarne ai margini. Il punto di svolta del racconto coincide con il momento in cui queste regole vengono messe in discussione e riscritte.

Gli interventi di Eli e Sude rafforzano uno dei nuclei centrali del film: sebbene le manifestazioni della violenza cambino in base ai contesti politici, culturali e sociali, il meccanismo che le produce resta trasversale. La violenza riguarda l’intera società, coinvolge donne e uomini e attraversa il globo in forme differenti ma riconoscibili. Cambiano i codici e i linguaggi, ma il “gioco” del controllo sui corpi e sulle vite resta sorprendentemente simile.

In questo scenario, l’iperconnessione contemporanea diventa un elemento decisivo. Le esperienze locali non restano confinate, ma entrano in relazione tra loro, dando vita a sinergie tra movimenti che condividono obiettivi e visioni. È in questo contesto che si colloca il movimento

Donna Vita Libertà, nato in Iran dopo l’uccisione di Mahsa Amini nel 2022, evento che ha rappresentato un punto di rottura profondo nella coscienza collettiva. Da protesta locale, il movimento si è rapidamente trasformato in un orizzonte globale, capace di unire rivendicazioni femministe, istanze di libertà individuale e richieste di giustizia sociale.
Donna Vita Libertà mette al centro il corpo come spazio politico, la vita come diritto non negoziabile e la libertà come pratica quotidiana. Il film mostra come questo movimento abbia reso evidente la possibilità di “hackerare il game”, sovvertendo le regole attraverso la partecipazione, la condivisione e l’uso consapevole della propria voce.

Un contributo fondamentale alla forza del racconto è dato dal lavoro della direttrice della fotografia Marta  Erika Antonioli, il cui approccio visivo rifiuta qualsiasi estetizzazione del dolore. La sua intenzione è quella di restituire un’immagine verace delle protagoniste, inserite nelle proprie dinamiche familiari e abitative. La macchina da presa osserva la quotidianità: una famiglia seduta sul tappeto di casa, donne che studiano, lavorano, manifestano, disegnano. La vita ordinaria diventa così spazio di senso, senza che l’essere personaggio travalichi mai l’essere persona.

Questa scelta estetica rafforza il messaggio politico del film, sottraendo le protagoniste a una narrazione che le vorrebbe solo vittime e restituendole come soggetti attivi, combattenti consapevoli, capaci di carisma e pensiero critico. Esporsi non è stato un processo semplice, ma ha reso possibile una testimonianza autentica, accolta con reazioni di sostegno e talvolta, con posizioni di contrasto sul piano politico e culturale. Dinamiche che riflettono le fratture di una società attraversata da divisioni profonde ma che condivide radici comuni.

Nell’ ambito del percorso avviato dal Collettivo Aurora, What we fight for si configura come un’esperienza educativa e culturale capace di parlare anche oltre il tempo della denuncia. I valori emersi in occasione del 25 novembre risuonano con forza anche nel periodo natalizio, tempo simbolicamente legato alla speranza e alla possibilità di riscrivere il gioco.
Il film si afferma  come un racconto che invita a riconoscere le regole invisibili che governano le nostre società e a immaginare, collettivamente, nuove modalità fondate sulla dignità, sull’uguaglianza e sulla libertà.